Lo zufolo magico-Dolci realtà della mia infanzia

Teneri ricordi della mia infanzia quando ci si divertiva con poco e tutto intorno appariva più roseo!

LO  ZUFOLO  MAGICO

(Carlo Muccio)

Ero alto poco più di un soldo di cacio, avevo pressappoco 6 o 7 anni era, dunque, il favoloso periodo degli anni ’60. Amavo la natura e prediligevo vivere all’aria aperta per cui frequentemente mi inventavo pretesti e creavo circostanze per potermi recare in campagna da mio zio Girolamo. Io tuttora abito ad Aversa, media cittadina in provincia di Caserta, e proprio nell’estrema periferia sud, contrada Cappuccini, chiamata così per la presenza di un diroccato e fatiscente monastero appartenuto ai monaci Cappuccini, mio zio possedeva degli appezzamenti di terreno, era quindi un agricoltore dedito alla terra e a tutto ciò che se ne poteva ricavare. Proprio in queste zone dell’aversano vi erano grossi vigneti di una speciale qualità di uva detta “asprina o asprinia”, famosa un po’ in tutta l’Italia e credo anche oltre i confini. Detta uva si presenta in piccolissimi chicchi appiccicati l’uno all’altro, tanto che è impossibile mangiarla ad acini ma va fatto dando dei morsi sul raspo, un po’ come si mangiano le pannocchie di grano. Altra peculiarità di questo tipo d’uva è che si presenta in filari che crescono all’altezza di circa 8 – 12 metri dal suolo. Come fare, quindi, per sorreggere detti alti filari? E qui che entra in ballo l’arte e si manifesta l’astuzia e la scienza del contadino! In occasione della nascita di un figlio i contadini della mia zona, almeno un tempo, erano soliti piantare alberi di pioppo alla distanza di 10 – 15 metri l’uno dall’altro, questi ultimi hanno la caratteristica di assorbire scarsa manutenzione e, nel contempo, una volta divenuti alti si poteva stendere tra loro vari fili di acciaio orizzontali sui quali, appunto, far avvinghiare i filari di uva asprina. Che arte però! Tutto questo giro di parole raccontato minuziosamente per arrivare a questi benedetti alberi di pioppo che rappresentano il punto cardine del racconto. In determinati periodi dell’anno, non so dirvi quali, ma ricordo che i pioppi incominciavano a perdere quel tipico fiore che svolazza nell’aria sotto forma di peluria volante, forse aprile-maggio, mio zio Girolamo all’imbrunire era solito sedere sull’uscio della sua casa colonica a manipolare dei rametti di pioppo. Io lo sapevo bene cosa stesse facendo, perché quel lavoro era destinato a me, bambino degli anni ’60 con pochi giocattoli a disposizione e, quell’arnese che stava costruendo mi avrebbe arrecato una immensa felicità. Ebbene stava creando uno strumento musicale sui generis: uno zufolo di canna. Io lo osservavo con attenzione cercando di apprendere la sua magica arte e ho tuttora, davanti ai miei occhi, quelle scene singolari ed uniche. Tagliava un bastoncino, che doveva essere perfettamente dritto e senza nodi, dell’altezza di circa 25 centimetri e del diametro di 2 o 3; poi lo manipolava con le sue mani scure, ruvide e rugose facendone fuoriuscire il bastoncino di legno dalla corteccia, lasciando la stessa intatta senza tagli o ammaccature: era un’arte davvero unica che in pochi conoscevano e che veniva tramandata da padre in figlio. Il bastoncino che aveva estratto dalla corteccia lo assottigliava un po’ con il suo coltello a serramanico, che portava sempre con se, lasciandone cadere per terra lunghi ricci di legno sottilissimi, con i quali io ci giocavo. Perché tale operazione? Ma perché lo stesso bastoncino, successivamente, doveva essere rinfilato nella corteccia ove doveva scorrere senza alcun attrito. Dunque … ad un’estremità della corteccia, e ad una distanza di 3 centimetri circa, praticava un foro, a volte tondo a volte quadrato, e proprio questo foro rappresentava lo sfiato dell’aria dello zufolo; a questo punto introduceva il bastoncino assottigliato dalla estremità opposta in cui aveva praticato il foro e iniziava a farlo scorrere muovendo l’indice e il pollice della mano destra, mentre sorreggeva la corteccia con le dita dell’altra mano. Portava così alla bocca lo zufolo dalla parte in cui aveva praticato il foro e vi soffiava dentro dando un’intonazione al motivo che riproduceva. Il suono che diffondeva lo zufolo era unico e credo che nessuno strumento musicale possa tutt’oggi eguagliare. Non vi erano note da suonare ma le stesse venivano prodotte dallo scorrimento del bastoncino lungo la corteccia e per giunta non c’era bisogno di accordare lo strumento! Ricordo, ancora, che spesso lo zufolo si riempiva di saliva la quale penetrava nello strumento lubrificandolo automaticamente, permettendone il perfetto scorrimento del bastoncino lungo la corteccia. Ho tentato varie volte di conservare lo zufolo ma, come per incanto, dopo pochi giorni si autodistruggeva, insomma non era più possibile utilizzarlo poiché la corteccia diveniva scura e seccandosi si spaccava in più punti, mentre il bastoncino diventava secco e si curvava. Sono trascorsi oltre 40 anni da quei giorni: mio zio Girolamo non è più tra noi ed io serbo ancora intatto il suo ricordo e dei suoi meravigliosi zufoli. A volte mi reco presso quei luoghi di campagna ove risiedono tuttora i miei cugini, i quali hanno abbattuta la casa colonica costruendone una grande villa, progettata da me, con tanti comforts; tra di noi si discute di tante cose, mai però abbiamo accennato a quello zufolo magico dal suono fatato, che credo mai più avrò modo di riascoltare nel corso della mia vita, comunque il suo eco è scolpito indelebile nella mia mente.

Addì 14-06-06

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