La storia della canzone napoletana dal ‘200 al XX secolo

 

LA  STORIA  DELLA  CANZONE  NAPOLETANA

(Carlo Muccio)

Nel 1200, il secolo in cui il Sommo Dante era intento alla stesura della più grande fatica letteraria di tutti i tempi: la Divina Commedia, le lavandaie di Antignano, in marcia verso le colline del Vomero (Napoli) inneggiavano: jesce sole, jesce sole nun te fa’ chiù suspirà! … oppure coravano: tu m’haje prummiso quatto moccatora (fazzoletto) … me lo vuoi dare! Questi canti, appunto, possono ritenersi il primo vagito della canzone popolare partenopea, le basi sulle quali sono state erette le colonne di un grande fenomeno mondiale: la canzone napoletana. In questi semplici versi, tramandati a noi dai nonni dei nostri nonni, si possono già denotare: amore, dolore, drammaticità, nostalgia e persino ironia. I canti, per la mancanza di supporto sonoro, passando di voce in voce, hanno subito modifiche, variazioni e intonazioni diverse, perciò è stato impossibile ricostruire la vera traccia musicale; le varie versioni a noi tramandate rappresentano solamente le brutte copie degli idilliaci canti. Nel 1200 il Mezzogiorno risultava riunito sotto un unico Regno la cui capitale era Palermo; Re Federico II di Altavilla (1197-1250) ne era a capo. Egli promosse Napoli a metropoli intellettuale e nel 1224 fondò l’Università degli Studi. Nonostante tali innovazioni lo stesso re fu visto di cattivo occhio dai napoletani a causa di un ferreo regime tributario imposto. Proprio a Napoli in quel periodo troneggiavano le prime serenate notturne dedicate alle donne amate, le quali arrecavano notevole disturbo alla quiete pubblica, perciò Federico II si vide costretto ad emettere un editto di “Proibizione di canto notturno”. Fioccarono, a tal proposito, multe e arresti fin quando Re Manfredi (1250-1266), successore e figlio illegittimo di Federico II, non destituì l’editto incoraggiando il popolo alla “bell’arte”. Si racconta che lo stesso re uscisse di notte in incognita per deliziarsi in strambotti e canzoni. Nel 1266 Manfredi fu sconfitto a Benevento da Carlo d’Angiò (1266-1282), re francese beniamino della Chiesa il quale, due anni dopo, trasferì la capitale da Palermo a Napoli. Durante la dominazione angioina fu eretto Castel Nuovo detto anche Maschio Angioino, Castel Sant’ Elmo e numerose chiese e monasteri che resero la città più interessante sotto molteplici aspetti. Il 1300 fu interamente governato da re aragonesi che si contesero il regno a suon di guerra e rivoluzioni, mentre nel campo letterario fu il Boccaccio a far la parte del leone. Egli ebbe modo di trascorrere gli anni della sua giovinezza a Napoli, per questo nelle sue opere s’ispirò alle bellezze e al folklore della nuova capitale del Regno, suscitando in tal modo notevole interesse nei lettori. L’ultimo regnante della dinastia dei d’Angiò, Giovanni II, adottò nel 1420 Alfonso d’Aragona ma nel testamento nominò erede Renato d’Angiò. La guerra di successione che né seguì vide nel 1442 la vittoria aragonese e l’ingresso trionfale a Napoli di Alfonso il Magnanimo (1416-1458). Il 1400 può considerarsi il secolo in cui si manifestò la prima rivoluzione in campo musicale. Il dialetto napoletano divenne la lingua ufficiale del Regno e la corte aragonese pullulava di poeti e musicisti e, non soltanto napoletani, che componevano numerose ballate, strambotti e farse traendo ispirazione dal popolo. D’influenza fiamminga, invece, fu la produzione polifonica ovvero a più voci e strumenti, la quale fu riservata ad un popolo più erudito e sofisticato e, certamente conoscitore della musica. L’ultima fase della dinastia aragonese vide la continua ribellione dei Baroni, sempre più riottosi al potere regio. Con l’ingresso del primo viceré, Consalvo di Cordova, a Napoli iniziò il lungo viceregno spagnolo (1503-1707) che segnò in maniera indelebile i destini del Mezzogiorno. Il 1500 può considerarsi il secolo delle villanelle ovvero dei canti dialettali popolari sposati a musica erudita. Tale fenomeno invase non solo tutta la penisola, ma addirittura gran parte dell’Europa. Le villanelle nascevano all’aria aperta un po’ ovunque: nelle piazze, nelle campagne e persino in prossimità del mare in occasione di alcune feste sacre che in pratica possono considerarsi una “Piedigrotta in pectore”. Musicisti di rango quali: Willaert, Lasso e Marenzio furono rapiti da questo genere musicale profano. Dal punto di vista strutturale musicale, la villanella era composta da 3 a 6 voci in omofonia (emissione di medesime note da parte di più voci o strumenti) e si presentava in due sezioni con ripetizioni del testo in entrambe. Le liriche erano per lo più sobrie a carattere pastorale e/o amoroso e talvolta erano caricaturali affrontando argomenti licenziosi. La voce principale preminente era detta “superius” e talvolta si notava in essa lo stile espressivo del madrigale. Tale genere scomparve all’inizio del XVII secolo, difatti l’ultima stampa di villanella napoletana risale al 1618. Nel 1537 vide la luce la prima produzione industriale musicale in villanella: Boccuccia dè no pierzeco apreturo, seguirà in chiave ironica: No police, composta da Baldassarre Donati in cui si parla di una pulce che s’infila nell’orecchio svelando il tradimento della propria amata. Fu questo, ancora, il periodo in cui nacque: Pagliaccio, meglio conosciuta come Carosello napoletano, fortunata sigla del Carosello televisivo imperante negli anni ’50 , ’60 e ‘70 che annunciava la pubblicità. Sicuramente, uno dei brani più belli ancora eseguito nel mondo intero, la calascionata per antonomasia, resta: Fenesta vascia, che seppur composta nel 1500 da autore anonimo fu rielaborata agli inizi del 1800 dall’abate Giulio Genoino e trascritta in seguito nel 1900 da Caliendo-Murolo. Alle soglie del 1600, la villanella vide tramontare la sua fortuna per dare ampio spazio al melodramma, valida testimonianza fu la maschera di Pulcinella, anche se nata sul finire della seconda metà del cinquecento, durante l’avvento della Commedia dell’Arte, grazie all’attore Silvio Fiorillo, tuttavia va precisato che la stessa ha origini più remote. Secondo studi recenti, da parte del Bieber (nel 1961), la maschera potrebbe risalire a Maccus, personaggio delle farse popolari romane chiamate Fabulae Atellanae, nate secondo tradizione nel IV secolo nell’antica Atella, città dapprima osca e successivamente romana, situata a sud di Capua (CE). Alcuni studiosi, invece, la farebbero risalire ad un altro personaggio delle Fabulae Atellanae, Kikirrus, che già dal nome ricorda il verso del gallo. Tuttavia è opportuno non soffermarsi esclusivamente sulle origini della maschera di Pulcinella, ma capire anche il significato del nome, difatti lo stesso lo si può associare a “pulcinello o puliciniello” ossia piccolo pulcino provvisto di naso adunco e di voce stridula. Altri, ancora, fanno risalire tale personaggio ad un contadino di Acerra, tale Puccio d’Aniello, che nel ‘600 si unì, come buffone, ad una compagnia di girovaghi di passaggio. Ritornando alla commedia dell’Arte, il comico Silvio Fiorillo nel 1609 scrisse la commedia “La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella”, che fu pubblicata soltanto nel 1632, dopo la sua morte. La maschera di Pulcinella fu in seguito ereditata da Andrea Calcese, che a sua volta la trasferì a Michelangelo Fracanzani, nipote del grande Salvator Rosa. Gli ultimi attori che hanno vestito i panni di Pulcinella sono stati: Antonio Petito (1822 – 1876) e lo stesso Eduardo De Filippo (1900 – 1984) che iniziò la sua carriera proprio con tale personaggio. Il significato della maschera di Pulcinella non è certamente solo storico, artistico e culturale, ma soprattutto sociale o meglio di denuncia sociale. La maschera la si può associare alla plebe napoletana, che stanca degli abusi e delle umiliazioni ricevute dalle classi sociali e borghesi, si ribella alla vita dura ed avversa subita. Quindi, Pulcinella assimilabile al popolo bastonato ed umiliato, cerca una sorta di riscatto che, grazie alla sua ironia, burla e beffeggia le classi del potere, sottolineando la volontà di vivere superando ogni ostacolo. Il personaggio di Pulcinella ha trovato largo consenso persino nel teatro dei burattini, di cui è oramai l’indiscusso emblema. Il burattino Pulcinella rappresenta sì un servo, ma dotato di grande intelligenza e vitalità, un anti-eroe ribelle e irriverente, costantemente alle prese con il quotidiano e con i nemici più improponibili, che con estrema astuzia riesce sempre a sconfiggere. ‘A serenata ‘e Pullicenella, canto struggente di invocazione verso la perfida donna amata, trovò largo consenso tra il pubblico nei primi teatri allestiti all’aperto. Tale aria fu in seguito trascritta dal maestro Mario de Luca agli inizi del 1900 ed interpretata magistralmente dal grande Franco Ricci. Nacque probabilmente nella prima metà del 1600: la tarantella, la cui struttura musicale si basava su un tempo di 3/8 o 6/8. Si ballava in gruppi organizzati o in coppia come danza di corteggiamento ma era anche ballata da sole donne. Gli strumenti musicali con i quali veniva eseguita sono variati a seconda dei periodi e delle tradizioni relative alle diverse realtà geografiche dell’Italia meridionale. Uno strumento percussivo tipico di tale ballo, che è rimasto tuttora presente, è il tamburello a sonagli: un cerchio di legno con campanelli o cerchietti attorno che sorregge una membrana di pelle di asino, divenuta in seguito sintetica; mentre la mano libera del danzatore percuote la membrana, l’altra mano agita il tamburello per far tintinnare i campanelli. Altro tipico strumento percussivo caratteristico di tale ballo sono: le nacchere o castagnette (dallo spagnolo castanuelas) costituite da una coppia di tavolette di legno duro o materiale sintetico a forma di valve di conchiglia legate fra loro, ad una estremità, da una cordicella fissata all’indice e al medio della mano dell’esecutore che le percuote a ritmo. Sull’origine del nome della tarantella esistono varie ipotesi. C’è chi vuole che il nome derivi dalla città di Taranto, a cui è attribuita la sua antica ascendenza. Altri identificano la tarantella con il “tarantismo”: fenomeno culturale arcaico diffuso anticamente nell’Italia meridionale, soprattutto in Campania, Puglia e Calabria. Secondo credenze popolari l’alterazione psicosomatica e la situazione di crisi vissuta dal “tarantato” era da attribuirsi al morso di un ragno: la Lycosa tarentula, che lo induceva in movimenti scossi ed agitati. Nel rito di guarigione il soggetto veniva sottoposto ad una terapia musicale, che poteva durare anche diversi giorni, da un gruppo di musici i quali, per indurlo a superare la crisi in cui era precipitato, suonavano una sorta di tarantella accompagnandosi con: tamburelli, nacchere, organetto, flauto, violino e mandolino. Proprio Michelemmà (Michela mia o Michela di mammà) colorita tarantella in 6/8, forse di origine siciliana con chiaro riferimento alle incursioni barbariche lungo le coste del tirreno, fu la tarantola più ballata in quel secolo. Tale brano è stato attribuito da numerosi studiosi a Salvator Rosa (1615-1675) estroverso pittore, poeta, musicista e attore del quartiere Arenella in Napoli, attribuzione successivamente avallata, forse per scherzo nel 1901, da un divertente falso confezionato da Salvatore Di Giacomo. Nel 1647 scoppiò una sommossa a Napoli guidata dal popolano Tommaso Aniello d’Amalfi detto Masaniello, contro il vicereame spagnolo. La rivolta fallì poiché i nobili appoggiarono gli spagnoli e Masaniello fu ucciso nel luglio del 1647 ma la sua morte contribuì a fare di lui l’emblema del difensore della libertà napoletana. Nel 1701 furono proprio i nobili a insorgere, animati dalla questione della successione al trono spagnolo, ma anch’essi fallirono nel loro intento per il mancato appoggio delle classi inferiori. Nel 1707 l’arrivo delle truppe austriache segnarono la fine del viceregno spagnolo e la successiva dominazione austriaca dal 1707 al 1734. Grazie alla politica della Regina di Spagna, Elisabetta Farnese, l’antico Regno di Napoli fu ripristinato ed assegnato a suo figlio, il principe Carlo di Borbone, per metà spagnolo e metà italiano. Napoli in questo periodo tornò ad aprirsi all’Europa, grazie anche allo stesso re Carlo il quale durante il suo Regno fece costruire la splendida reggia di Caserta, la superba reggia di Capodimonte e l’immenso Albergo dei poveri. Il 1700, il secolo del manierismo, favorì indiscutibilmente il teatro più che la canzone. A Napoli nacquero o si rinnovarono il Teatro Fiorentini (1707), il San Carlo (1737), il Mercadante (1780), il San Ferdinando (1790) e il Nuovo (1790) sui cui palcoscenici venivano inscenate colorite opere, dapprima di autori modesti poi più colti ed ispirati come Leo, Vinci, e Scarlatti ed infine i maestri Pergolesi, Paisiello e Cimarosa; quel che è certo è che tutti gli autori trassero spunto da liriche e melodie del popolo. Forse nel 1768 nacque da autore anonimo, ma così perfetta nella costruzione che non può essere che attribuita ad un professionista, una celebre tarantella in strambotto: Lo Guarracino, colorita storia di un pesce che, dopo essersi confezionato un singolare vestito, se ne va per mare in cerca di moglie; s’innamora di una bella Sardella la quale, però, è già promessa all’Alletterato per cui si scatena una cruenta battaglia fra due fazioni di pesci schierati in favore dei due contendenti. Tale brano mi fa pensare ad un grande poema: l’Iliade, scritto millenni prima, ove Elena di Troia rappresenta la Sardella mentre lo Guarracino e l’Alletterato possono benissimo paragonarsi rispettivamente a Paride e al Re Menelao e per concludere le due fazioni di pesci in lotta tra loro agli Achei e ai Troiani …. non vi sembra forse appropriato il paradosso? Nel 1759 Carlo di Borbone divenne Re di Spagna per cui lasciò il Regno al figlio Ferdinando IV, che salì al trono all’età di otto anni. Nel 1764 si abbatté a Napoli e dintorni una violenta carestia che lasciò una folta scia di morti per fame e malattia. Il regime monarchico vacillò il 22 gennaio 1799 quando l’esercito francese sconfisse le truppe regie occupando la capitale. Fu, così, proclamata la Repubblica napoletana, presto contestata dalla plebe e dalle bande sanfediste antirivoluzionarie comandate dal cardinale Ruffo. Il regno fu così affidato da Napoleone, dapprima al fratello Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e poi a Gioacchino Murat (1808-1815). Durante il decennio francese a Napoli furono erette nuove strutture quali: l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, il Conservatorio e fu risistemato in modo neoclassico la piazza Plebiscito. Al termine delle guerre napoleoniche, il congresso di Vienna sancì il ritorno sul trono dei Borbone, nella persona di Ferdinando I, e il Regno di Napoli fu unito alla Sicilia, costituendo il Regno delle due Sicilie (1816). Il 1800 può considerarsi il secolo d’oro della canzone napoletana. Quasi certamente in questo secolo nacque la celeberrima: Palummella… zompa e vola, difatti numerosi studiosi l’attribuiscono al maestro Bolognese datandola 1869. All’inizio del secolo vi fu un fervido lavoro di ricerca, di riscoperta e di riproposta delle canzoni del passato ove si distinsero, facendo da padroni: gli editori. Da Ginevra si trasferirono a Napoli i fratelli Bernardo e Giuseppe Girard, i quali allestirono una sorta di tipografia, stampando le prime edizioni di brani d’epoca a prezzi accessibili al popolo. Qualche anno dopo Giuseppe Girard cedette proprietà e posto al figlio Bernard mentre la direzione della casa editrice fu affidata a Guglielmo Luigi Cottrau, il quale ne divenne in seguito proprietario. Guglielmo Luigi Cottrau nacque a Parigi nel 1797 da un nobile francese; fu letterato e musicista e in patria ricoprì alte cariche politiche al seguito di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. I suoi studi li compì a Napoli dove rimase affascinato dal folklore e dalla musica, validi motivi che lo indussero ad abbandonare la sua brillante carriera politica per dedicarsi anima e corpo alle arti, ma in particolar modo alla musica. Fu abile trascrittore e arrangiatore di brani antichi di autori anonimi nonché compositore di numerose canzoni, contribuendo così in maniera determinante alla diffusione della canzone napoletana non solo in Italia ma in tutta l’Europa. Morì giovane a soli 50 anni nel 1847. Numerosi storici gli attribuiscono le musiche di Fenesta che lucive, forse però di origine siciliana, legata alla tragica vicenda della Baronessa di Carini, i cui i testi in lingua napoletana, sarebbero nati dalla penna dell’abate Giulio Genoino (1773-1856), dapprima cappellano militare poi funzionario della Cancelleria di Stato ed infine bibliotecario; quest’ultimo fu grande amico e collaboratore del Cottrau nella ricerca e nella trascrizione di numerosi brani popolari. Di parere diverso sono altri storici che attribuiscono le musiche della bellissima Fenesta che lucive al grande Vincenzo Bellini e parte del testo (solo due strofe) e Mariano Paolella (1835-1868) tipografo, poeta ed editore. Teodoro Cottrau (1827-1879), figlio di Guglielmo, fu quasi certamente l’autore della validissima versione italiana di Santa Lucia (1835) su un testo in dialetto napoletano del 1776 composto dal barone Michele Zezza. Teodoro non fu meno grande del padre difatti, laureatosi in legge e diplomatosi in pianoforte e composizione dovette ereditare, appena ventenne, la grande fortuna lasciatagli dal genitore ed esserne all’altezza; fu poeta, letterato, giornalista, musicista e politico e come il padre morì molto giovane a soli 52 anni. A mano a mano le case editrici si imposero sempre di più prepotentemente nella città di Napoli, da citare quella dei fratelli Fabbricatore e dei fratelli Clausetti, le quali raccoglievano, scrivevano e pubblicavano canzoni vecchie e nuove. Ci furono, persino, un’infinità di piccole tipografie che si improvvisarono case editrici inondando la città con le caratteristiche “copielle”, fogli volanti di vari colori sui quali erano stampati i versi e la musica dei brani più noti dell’epoca. Le copielle erano distribuite da girovaghi e cantanti ambulanti. Uno di questi fortunati tipografi-editori fu Francesco Azzolino, il quale stampò 180.000 copielle del celeberrimo successo Te voglio bene assaje, che pare non sia stata scritta nel 1835, attribuendone le musiche al grande Donizzetti bensì, nel 1839 dal maestro Campanella, anno in cui fu costruita la prima linea ferroviaria italiana: Napoli-Portici, inaugurata da Ferdinando II il 26 settembre, lunga appena 7 chilometri e 250 metri. Per quel che concerne il testo: è sempre stato riconosciuto Raffaele Sacco (1787-1872) l’autore indiscusso, di lui si racconta che a soli cinque anni era in grado di ripetere alla perfezione versi che ascoltava per la prima volta; da adulto divenne, poi, uno stimato ottico e persino inventore ma la sua grande passione fu la poesia tanto da riuscire a declamare all’impronta versi in rima su richiesta. Nelle vicinanze di Mergellina, in fondo alla riviera di Chiaia, alle pendici del promontorio di Posillipo vi è una grotta scavata nel I secolo a.C. in epoca romana, forse per agevolare le comunicazioni tra Napoli e Pozzuoli. E’ questa la famosa grotta che diede il nome alla prestigiosa festa di Piedigrotta, le cui origini si fanno risalire al 1835, anche se molti storici traggono le stesse dal 1700. Ricerche approfondite fanno presupporre che all’epoca dei Greci e dei Romani la grotta era occupata dal re pagano Priapo, il quale intratteneva le fanciulle in fiore in cerca di marito completamente nude tra canti e balli propiziatori. Con il passar degli anni, però, il tempio pagano andò in rovina. Nel XIII secolo il luogo fu santificato con l’erezione di una chiesa in onore della Madonna di Santa Maria di Piedigrotta, ove il popolo prese a recarsi in pellegrinaggio per implorare grazie, ciò determinò l’occasione per una bella scampagnata allietata da canti e danze addirittura con l’ausilio di carri addobbati. Fu sempre lo stesso Re Ferdinando II, che portò la festa al massimo splendore tanto che la nobiltà si confondeva tra il popolo godendo dei bollori della festa senza alcuna distinzione di ceto sociale. Quando Garibaldi entrò in Napoli il 7 settembre 1860 ritenne opportuno recarsi, il giorno successivo in compagnia delle sue “Camicie rosse”, presso la grotta della Madonna per renderle omaggio tra il vivo entusiasmo dei fedeli. La fortunata festa di Piedigrotta divenne, pertanto, l’occasione per presentare nuove canzoni e da quel momento cantanti, musicisti ed editori fecero a gara per essere presenti alla manifestazione, la quale permetteva di decretare trionfi ma anche amare sconfitte. Nel 1864 la casa discografica Ricordi aprì a Napoli i battenti, pronta a diffondere i successi dell’epoca in tutto il mondo. Evento storico di notevole importanza fu l’introduzione nell’interland napoletano, dalla lontana Londra, del caffè-concerto ad opera di Luigi Stellato. Fu possibile, pertanto, ascoltare buona musica nei locali stando comodamente seduti a sorseggiare un caffè o a gustare una fresca granita. Nel 1880, in occasione dell’inaugurazione della Funicolare, che permetteva risalire le pendici del Vesuvio con una sorta di trenino, nacque: Funiculì Funiculà, colorita canzone esportata e cantata in breve tempo in tutto il mondo. Fu questo il periodo in cui il grande poeta napoletano: Salvatore Di Giacomo (1860-1934), scrisse i testi di canzoni memorabili, tra le quali: Nannì (1882), Marechiare (1885), Oilì Oilà (1885), ‘E spingole frangese (1888), Catarì (1892) e tanti altri. Nel 1884 una forte epidemia di colera si abbatté sulla città di Napoli decimando la popolazione, mentre l’anno successivo fu approvata la legge n. 2892 per il risanamento della città di Napoli. Nello stesso anno fu inaugurato da Re Umberto I l’acquedotto del Serino e alla fine del 1889 cominciarono i lavori di sbancamento per creare Piazza Borsa, il Rettifilo e Piazza Garibaldi. Nel 1893 vide la luce la bellissima ‘O Marenariello di Ottaviano-Gambardella mentre nel 1895 si rideva con ‘Ndringhete ‘ndra e finalmente arrivò nel 1898 il grande momento di ‘O sole mio (Capurro-Di Capua) che vinse il secondo posto alla Piedigrotta di quell’anno. Intanto, l’editore Bideri si distingueva dai numerosi colleghi grazie alle prestigiose vesti editoriali con le quali presentava le sue pubblicazioni. Nel 1894 fu una canzone: ‘A Frangesa del maestro Costa che, nell’interpretazione della romana Maria Campi, prima donna ad eseguire “la mossa”, rese bollenti gli animi dei napoletani che si accalcavano in gran numero nei vari locali per visionare le curve femminili sempre meno coperte. “Frienne e magnanne” siamo giunti nel 1900, il secolo che da poco abbiamo lasciato alle nostre spalle. Sin dai primi anni dello stesso, numerose sono state le conquiste che l’uomo ha raggiunto in svariati campi: dallo scientifico al medico, dal chimico all’industriale, avanzando con passi veramente da gigante, cosa che non si è verificata nei secoli passati … e ditemi non vi state chiedendo il perché? Nell’ottocento avremmo potuto rispondere all’interrogativo cantando: “E pecchè … pecchè ‘Ndringhete ‘ndra, arieggiando i versi di una celeberrima canzone, oggi non me la sento di dare una risposta del genere e mettendo in moto il cervello ed esplorando nei meandri più reconditi della mente rispondo: Perché è stato possibile effettuare studi sempre più approfonditi nei vari campi e perché l’ingegno umano si è evoluto notevolmente! E potrei ancora trovare numerose e plausibili risposte a riguardo. La domanda a cui non riesco a darmi una risposta, invece, è la seguente: Perché la canzone napoletana non è più quella di una volta? Provate a dare voi una risposta al mio interrogativo! Non è possibile vero? Se pure vi “arrevutate ‘a capa ‘na risposta nun ‘a truvate! E come voi molti studiosi non hanno fornito una spiegazione plausibile. Ebbene … tornando alla canzone napoletana, nel 1903 nacque al tavolo di un noto Caffè di Napoli, il Gambrinus, dalla penna del sapere di D’Annunzio i versi di un noto sonetto: ‘A vucchella, musicato successivamente dal suo amico e conterraneo Francesco Paolo Tosti, che studiava al conservatorio di S. Pietro a Macella. Nel 1904 l’allora Presidente del Consiglio, Giuseppe Zanardella, si recò a Sorrento ove fu ospitato dai fratelli Ernesto e Gianbattista De Curtis presso l’albergo Tramontano, i quali gli dedicarono persino una canzone: Torna a Surriento, forse nella speranza di ricevere finanziamenti per la necessità di costruire nuovi uffici postali. Nel medesimo anno videro la luce: Voce ‘e notte (Nicolardi-De Curtis), Tarantelluccia (Murolo-Falvo) e Pusilleco addiruso (Murolo-Gambardella). Fu composta nel 1911 Core ‘ngrato dedicata, non come appare dal testo ad una donna, bensì, al grande Caruso che abbandonò Napoli per recarsi in America. Elvira Donnarumma e Gennaro Pasquariello possono considerarsi i divi pre-guerra, i quali dimostrarono che per cantare bisognava avere “stoffa”. Il conflitto mondiale era ormai alle porte e l’impiegato delle poste Giovanni Ermete Gaeta con lo pseudonimo di E. A. Mario (E come Ermete, A come Alessandro Sacheri, amico giornalista genovese, e Mario dal suo compagno Mario Rispardi, acceso mazziniano come lui) compose quello che fu l’inno della prima guerra mondiale: la leggenda del Piave. Sempre alle soglie del primo conflitto mondiale, nel 1915, nacquero: ‘O surdato ‘nammurato (Califano-Cannio), Tu cà nun chiagne (Bovio-De Curtis) e ‘A serenata ‘e Pullicenella (Bovio-Cannio). Nel triste triennio della guerra poche furono le produzioni musicali tra esse si distinsero: Tiempe belle nel 1916 (Califano-Valente) e la celeberrima Reginella nel 1917 (Bovio-Lama).  Al termine dello sconvolgente conflitto mondiale, nonostante imperasse la fame e la disperazione ovunque, i parolieri e i musicisti si rimboccarono le maniche e si diedero da fare riprendendo animosamente la produzione musicale, nacquero così: ‘A tazza ‘e cafè (1918), Santa Lucia luntana (1919), Mandulinata a Napule (1920), Silenzio cantatore (1922), Canzone appassiunata (1922), Chiove (1923), Lacreme napulitane (1925), ‘O paese d’ ‘o sole (1925), Piscatore ‘e Pusilleco (1925) e tante altre bellissime melodie che rimarranno immortali nella storia della canzone popolare partenopea. Con Armando Gill, pseudonimo di Michele Testa, nacque la “Nuova Rivista” che segnò trionfi sui palcoscenici di tutta Italia. Lo stesso autore esordiva in chiave comica nella presentazione dei suoi brani con: Versi di Armando, musica di Gill cantati da Armando Gill; suoi sono i brani: E allora? ed ‘O zampugnaro ‘nammurato. Intanto, il grande Caruso sentitosi male, durante una esibizione a Brooklyn forse intuendo la gravità del mare incurabile che lo aveva colpito, volle ritornare a Sorrento nel 1921 ove morì poco dopo il 2 agosto dello stesso anno; a lui si dovrà attribuire il merito di aver introdotto la musica napoletana nel repertorio lirico. Il Fascismo, nel frattempo, si imponeva in Italia e Mussolini imperava da Duce incontrastato. La Sceneggiata, canzone cantata e recitata, fece colpo sul popolo prendendo il sopravvento sulle canzoni, Raffaele Viviani ne fu il massimo esponente con le sue strabilianti opere: ‘O vico (1917), Caffè di notte e giorno (1919) ‘A figliata (1924) e soprattutto ‘O guappo e cartone (1932). Fu finalmente introdotto il diritto d’autore che diede una sorta di regolamento alle canzoni, le quali divennero di proprietà esclusiva del compositore e chiunque le volesse eseguire doveva pagare. Alle soglie della seconda guerra mondiale nacque la canzone comica o “macchietta” con la quale si poté ridere grazie a Ciccio Formaggio (1940), M’aggia curà ed Agata, interpretate magistralmente da Nino Taranto. Anche questo secondo conflitto mondiale segnò negativamente il popolo napoletano, e la straordinaria arte di arrangiarsi, nota in tutto il mondo, lo tenne a galla risparmiandolo anche questa volta. Tammurriata nera (1944) e Simmo ‘e Napule paisà (1944) ci ricordano ancora oggi i drammi e le vicende dolorose della guerra. La celebre canzone Scalinatella, composta nel 1948 da Bonagura-Cioffi scatenò una contesa tra gli abitanti di Capri e Positano per aggiudicarsi l’ubicazione della scalinata; a quanto pare furono gli isolani ad avere la ragione dalla loro parte. Furono composte nel 1950 le indimenticabili: Anema e core e Luna rossa; l’anno seguente il grande Totò esplose con Malafemmena, enigmatico brano dedicato ma a chi? Il 28, 29 e 30 settembre dello stesso anno presso il teatro Mediterraneo fu organizzato dalla RAI il primo Festival della canzone napoletana, presentato da Nunzio Filogamo. Furono venti le canzoni in gara ma gli allori furono raccolti da Nilla Pizzi e Franco Ricci con Desiderio ‘e sole (Manlio-Gigante). Gli anni ‘40 e ’50 segnarono la distruzione dei teatri e dei caffè-concerto e, se a distruggerli non ci riuscirono le bombe, ci pensarono gli imprenditori trasformando le sale in cinematografi. Gli unici a resistere furono i fratelli Eduardo, Titina e Peppino De Filippo che impiegarono tutte le loro forze per salvare le sorti del teatro, destreggiandosi in commedie inedite o rivisitando quelle del passato. Negli anni ’50 si affacciò alle scene, proponendo brani in chiave satirica, un giovane stempiato: Renato Carosone, molto abile al pianoforte, con alle spalle brillanti studi classici. I nuovi ritmi nord-africani introdotti da Carosone nelle sue canzoni, grazie anche al valido apporto musicale di Van Wood alla chitarra e di Gegè Di Giacomo alla batteria, di getto fecero colpo sugli abitanti della penisola. Ovunque si cantava: Maruzzella (1955), Tu vuo’ fà l’americano (1957), T’è piaciuta (1958), Caravan Petrol (1958), Pigliate ‘na pastiglia (1958), Torero (1958), ‘O Sarracino (1958) ed ancora numerosi brani tuttora eseguiti. A questo punto, Signori miei, i tasti del mio computer si sono bloccati e non sono più in grado di raccontarvi la fine della storia, che senza ombra di dubbio conoscete già, sento vano ogni tentativo e mi viene un dubbio: sarà perché tutto il resto è stato solo cacca? Oh pardon!

Aversa 16/02/2004



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