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Il mio profilo descritto da mia figlia Viviana

Carlo Muccio nasce a Napoli nel 1957 ma vive da sempre ad Aversa. Attualmente è impiegato presso le Ferrovie dello Stato di Napoli con la qualifica di segretario tecnico superiore. Fondamentalmente risultano due le grandi passioni della sua vita: la storia dell’arte e la musica. Innamorato della sua cittadina, nel dicembre del 2006, realizza il volume “Le Edicole Votive di Aversa”, nel quale scova, fotografa, cataloga, descrive architettonicamente ed ubica tutte le cosiddette “Madonelle” di Aversa, non tralasciando statue e crocifissi. La giunta comunale di Aversa ne rimane talmente colpita ed entusiasta che all’unanimità decide di sponsorizzare e dare alle stampe il volume. La sua, però, è proprio una mania per i libri tanto che, in campo musicale, realizza una summa antologica che chiama “Bella Napoli Project”, nella quale immagina d’intraprendere un viaggio fantastico alla riscoperta della canzone napoletana dal 1200 al XX secolo. Nel volume dapprima riporta l’evolversi della canzone napoletana, romanzandone la storia, poi raccoglie, in ordine cronologico, oltre 150 brani più salienti, che nel corso dei secoli hanno fatto grande la canzone napoletana, spaziando, altresì, tra: villanelle, strambotti, calascionate, tarantelle, pizziche e canzonette. Per ogni brano vi è un aneddoto, una spigolatura, una curiosità ed il profilo di poeti e/o musicisti. Il suo lavoro certosino, però, consiste nel trascrivere i brani in perfetto vernacolo napoletano, tenendo presente la giusta grammatica napoletana non tralasciando, quindi: elisioni, troncamenti, doppie, apostrofi ecc. Sua è l’affermazione: il dialetto napoletano può considerarsi una sorta d’inglese, spesso si scrive in un modo ma si pronuncia diversamente! Nel corso degli anni ha realizzato tre CD musicali, che lui ama definire “casalinghi”, nel suo mini-studio di registrazione: Ci stanno o non ci stanno, tanto è sempe ‘a stessa cosa! nel 2005 dedicandolo ai bambini poveri che vendono fazzolettini di carta ai semafori; Tu sì barbone … io no! nel 2006 a favore delle donne-barbone che vivono nella stazione di Napoli Centrale; E che vuò fa’?! nel 2007 nel quale raccoglie alcune tarantelle e pizziche dell’Italia meridionale. Un noto dirigente RAI rimane colpito del suo estro tanto da decidere di inserire nel sito RAI alla pagina web “la canzone napoletana” ben 21 dei suoi brani. Da circa un decennio, a seguito di una vacanza nel Gargano, Carlo scopre la chitarra battente, strumento risalente al XVI secolo che utilizzavano i contadini di alcune aree dell’Italia meridionale in occasione di feste e sagre paesane: ne studia le origini, la storia ed impara persino a suonarla, grazie a maestri di questo strumento, ma soprattutto alla sua caparbietà e voglia di apprendere. In breve diviene un abile musicista di battente, tanto da essere inserito nell’albo dei suonatori, che sono poche centinaia in tutta Italia. Si cimenta, persino, a comporre tarantelle e pizziche, non tralasciando o alterando i canoni e gli schemi di questo genere musicale. Infine, unica è la sua chitarra a doppio manico classica-battente che si è fatta costruire da un noto maestro liutaio cilentano, Pasquale Scala, su un singolare esemplare settecentesco.

Napoli 10-12-08                  Viviana Muccio

 

La storia della canzone napoletana dal ’200 al XX secolo

 

LA  STORIA  DELLA  CANZONE  NAPOLETANA

(Carlo Muccio)

Nel 1200, il secolo in cui il Sommo Dante era intento alla stesura della più grande fatica letteraria di tutti i tempi: la Divina Commedia, le lavandaie di Antignano, in marcia verso le colline del Vomero (Napoli) inneggiavano: jesce sole, jesce sole nun te fa’ chiù suspirà! … oppure coravano: tu m’haje prummiso quatto moccatora (fazzoletto) … me lo vuoi dare! Questi canti, appunto, possono ritenersi il primo vagito della canzone popolare partenopea, le basi sulle quali sono state erette le colonne di un grande fenomeno mondiale: la canzone napoletana. In questi semplici versi, tramandati a noi dai nonni dei nostri nonni, si possono già denotare: amore, dolore, drammaticità, nostalgia e persino ironia. I canti, per la mancanza di supporto sonoro, passando di voce in voce, hanno subito modifiche, variazioni e intonazioni diverse, perciò è stato impossibile ricostruire la vera traccia musicale; le varie versioni a noi tramandate rappresentano solamente le brutte copie degli idilliaci canti. Nel 1200 il Mezzogiorno risultava riunito sotto un unico Regno la cui capitale era Palermo; Re Federico II di Altavilla (1197-1250) ne era a capo. Egli promosse Napoli a metropoli intellettuale e nel 1224 fondò l’Università degli Studi. Nonostante tali innovazioni lo stesso re fu visto di cattivo occhio dai napoletani a causa di un ferreo regime tributario imposto. Proprio a Napoli in quel periodo troneggiavano le prime serenate notturne dedicate alle donne amate, le quali arrecavano notevole disturbo alla quiete pubblica, perciò Federico II si vide costretto ad emettere un editto di “Proibizione di canto notturno”. Fioccarono, a tal proposito, multe e arresti fin quando Re Manfredi (1250-1266), successore e figlio illegittimo di Federico II, non destituì l’editto incoraggiando il popolo alla “bell’arte”. Si racconta che lo stesso re uscisse di notte in incognita per deliziarsi in strambotti e canzoni. Nel 1266 Manfredi fu sconfitto a Benevento da Carlo d’Angiò (1266-1282), re francese beniamino della Chiesa il quale, due anni dopo, trasferì la capitale da Palermo a Napoli. Durante la dominazione angioina fu eretto Castel Nuovo detto anche Maschio Angioino, Castel Sant’ Elmo e numerose chiese e monasteri che resero la città più interessante sotto molteplici aspetti. Il 1300 fu interamente governato da re aragonesi che si contesero il regno a suon di guerra e rivoluzioni, mentre nel campo letterario fu il Boccaccio a far la parte del leone. Egli ebbe modo di trascorrere gli anni della sua giovinezza a Napoli, per questo nelle sue opere s’ispirò alle bellezze e al folklore della nuova capitale del Regno, suscitando in tal modo notevole interesse nei lettori. L’ultimo regnante della dinastia dei d’Angiò, Giovanni II, adottò nel 1420 Alfonso d’Aragona ma nel testamento nominò erede Renato d’Angiò. La guerra di successione che né seguì vide nel 1442 la vittoria aragonese e l’ingresso trionfale a Napoli di Alfonso il Magnanimo (1416-1458). Il 1400 può considerarsi il secolo in cui si manifestò la prima rivoluzione in campo musicale. Il dialetto napoletano divenne la lingua ufficiale del Regno e la corte aragonese pullulava di poeti e musicisti e, non soltanto napoletani, che componevano numerose ballate, strambotti e farse traendo ispirazione dal popolo. D’influenza fiamminga, invece, fu la produzione polifonica ovvero a più voci e strumenti, la quale fu riservata ad un popolo più erudito e sofisticato e, certamente conoscitore della musica. L’ultima fase della dinastia aragonese vide la continua ribellione dei Baroni, sempre più riottosi al potere regio. Con l’ingresso del primo viceré, Consalvo di Cordova, a Napoli iniziò il lungo viceregno spagnolo (1503-1707) che segnò in maniera indelebile i destini del Mezzogiorno. Il 1500 può considerarsi il secolo delle villanelle ovvero dei canti dialettali popolari sposati a musica erudita. Tale fenomeno invase non solo tutta la penisola, ma addirittura gran parte dell’Europa. Le villanelle nascevano all’aria aperta un po’ ovunque: nelle piazze, nelle campagne e persino in prossimità del mare in occasione di alcune feste sacre che in pratica possono considerarsi una “Piedigrotta in pectore”. Musicisti di rango quali: Willaert, Lasso e Marenzio furono rapiti da questo genere musicale profano. Dal punto di vista strutturale musicale, la villanella era composta da 3 a 6 voci in omofonia (emissione di medesime note da parte di più voci o strumenti) e si presentava in due sezioni con ripetizioni del testo in entrambe. Le liriche erano per lo più sobrie a carattere pastorale e/o amoroso e talvolta erano caricaturali affrontando argomenti licenziosi. La voce principale preminente era detta “superius” e talvolta si notava in essa lo stile espressivo del madrigale. Tale genere scomparve all’inizio del XVII secolo, difatti l’ultima stampa di villanella napoletana risale al 1618. Nel 1537 vide la luce la prima produzione industriale musicale in villanella: Boccuccia dè no pierzeco apreturo, seguirà in chiave ironica: No police, composta da Baldassarre Donati in cui si parla di una pulce che s’infila nell’orecchio svelando il tradimento della propria amata. Fu questo, ancora, il periodo in cui nacque: Pagliaccio, meglio conosciuta come Carosello napoletano, fortunata sigla del Carosello televisivo imperante negli anni ’50 , ’60 e ‘70 che annunciava la pubblicità. Sicuramente, uno dei brani più belli ancora eseguito nel mondo intero, la calascionata per antonomasia, resta: Fenesta vascia, che seppur composta nel 1500 da autore anonimo fu rielaborata agli inizi del 1800 dall’abate Giulio Genoino e trascritta in seguito nel 1900 da Caliendo-Murolo. Alle soglie del 1600, la villanella vide tramontare la sua fortuna per dare ampio spazio al melodramma, valida testimonianza fu la maschera di Pulcinella, anche se nata sul finire della seconda metà del cinquecento, durante l’avvento della Commedia dell’Arte, grazie all’attore Silvio Fiorillo, tuttavia va precisato che la stessa ha origini più remote. Secondo studi recenti, da parte del Bieber (nel 1961), la maschera potrebbe risalire a Maccus, personaggio delle farse popolari romane chiamate Fabulae Atellanae, nate secondo tradizione nel IV secolo nell’antica Atella, città dapprima osca e successivamente romana, situata a sud di Capua (CE). Alcuni studiosi, invece, la farebbero risalire ad un altro personaggio delle Fabulae Atellanae, Kikirrus, che già dal nome ricorda il verso del gallo. Tuttavia è opportuno non soffermarsi esclusivamente sulle origini della maschera di Pulcinella, ma capire anche il significato del nome, difatti lo stesso lo si può associare a “pulcinello o puliciniello” ossia piccolo pulcino provvisto di naso adunco e di voce stridula. Altri, ancora, fanno risalire tale personaggio ad un contadino di Acerra, tale Puccio d’Aniello, che nel ‘600 si unì, come buffone, ad una compagnia di girovaghi di passaggio. Ritornando alla commedia dell’Arte, il comico Silvio Fiorillo nel 1609 scrisse la commedia “La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella”, che fu pubblicata soltanto nel 1632, dopo la sua morte. La maschera di Pulcinella fu in seguito ereditata da Andrea Calcese, che a sua volta la trasferì a Michelangelo Fracanzani, nipote del grande Salvator Rosa. Gli ultimi attori che hanno vestito i panni di Pulcinella sono stati: Antonio Petito (1822 – 1876) e lo stesso Eduardo De Filippo (1900 – 1984) che iniziò la sua carriera proprio con tale personaggio. Il significato della maschera di Pulcinella non è certamente solo storico, artistico e culturale, ma soprattutto sociale o meglio di denuncia sociale. La maschera la si può associare alla plebe napoletana, che stanca degli abusi e delle umiliazioni ricevute dalle classi sociali e borghesi, si ribella alla vita dura ed avversa subita. Quindi, Pulcinella assimilabile al popolo bastonato ed umiliato, cerca una sorta di riscatto che, grazie alla sua ironia, burla e beffeggia le classi del potere, sottolineando la volontà di vivere superando ogni ostacolo. Il personaggio di Pulcinella ha trovato largo consenso persino nel teatro dei burattini, di cui è oramai l’indiscusso emblema. Il burattino Pulcinella rappresenta sì un servo, ma dotato di grande intelligenza e vitalità, un anti-eroe ribelle e irriverente, costantemente alle prese con il quotidiano e con i nemici più improponibili, che con estrema astuzia riesce sempre a sconfiggere. ‘A serenata ‘e Pullicenella, canto struggente di invocazione verso la perfida donna amata, trovò largo consenso tra il pubblico nei primi teatri allestiti all’aperto. Tale aria fu in seguito trascritta dal maestro Mario de Luca agli inizi del 1900 ed interpretata magistralmente dal grande Franco Ricci. Nacque probabilmente nella prima metà del 1600: la tarantella, la cui struttura musicale si basava su un tempo di 3/8 o 6/8. Si ballava in gruppi organizzati o in coppia come danza di corteggiamento ma era anche ballata da sole donne. Gli strumenti musicali con i quali veniva eseguita sono variati a seconda dei periodi e delle tradizioni relative alle diverse realtà geografiche dell’Italia meridionale. Uno strumento percussivo tipico di tale ballo, che è rimasto tuttora presente, è il tamburello a sonagli: un cerchio di legno con campanelli o cerchietti attorno che sorregge una membrana di pelle di asino, divenuta in seguito sintetica; mentre la mano libera del danzatore percuote la membrana, l’altra mano agita il tamburello per far tintinnare i campanelli. Altro tipico strumento percussivo caratteristico di tale ballo sono: le nacchere o castagnette (dallo spagnolo castanuelas) costituite da una coppia di tavolette di legno duro o materiale sintetico a forma di valve di conchiglia legate fra loro, ad una estremità, da una cordicella fissata all’indice e al medio della mano dell’esecutore che le percuote a ritmo. Sull’origine del nome della tarantella esistono varie ipotesi. C’è chi vuole che il nome derivi dalla città di Taranto, a cui è attribuita la sua antica ascendenza. Altri identificano la tarantella con il “tarantismo”: fenomeno culturale arcaico diffuso anticamente nell’Italia meridionale, soprattutto in Campania, Puglia e Calabria. Secondo credenze popolari l’alterazione psicosomatica e la situazione di crisi vissuta dal “tarantato” era da attribuirsi al morso di un ragno: la Lycosa tarentula, che lo induceva in movimenti scossi ed agitati. Nel rito di guarigione il soggetto veniva sottoposto ad una terapia musicale, che poteva durare anche diversi giorni, da un gruppo di musici i quali, per indurlo a superare la crisi in cui era precipitato, suonavano una sorta di tarantella accompagnandosi con: tamburelli, nacchere, organetto, flauto, violino e mandolino. Proprio Michelemmà (Michela mia o Michela di mammà) colorita tarantella in 6/8, forse di origine siciliana con chiaro riferimento alle incursioni barbariche lungo le coste del tirreno, fu la tarantola più ballata in quel secolo. Tale brano è stato attribuito da numerosi studiosi a Salvator Rosa (1615-1675) estroverso pittore, poeta, musicista e attore del quartiere Arenella in Napoli, attribuzione successivamente avallata, forse per scherzo nel 1901, da un divertente falso confezionato da Salvatore Di Giacomo. Nel 1647 scoppiò una sommossa a Napoli guidata dal popolano Tommaso Aniello d’Amalfi detto Masaniello, contro il vicereame spagnolo. La rivolta fallì poiché i nobili appoggiarono gli spagnoli e Masaniello fu ucciso nel luglio del 1647 ma la sua morte contribuì a fare di lui l’emblema del difensore della libertà napoletana. Nel 1701 furono proprio i nobili a insorgere, animati dalla questione della successione al trono spagnolo, ma anch’essi fallirono nel loro intento per il mancato appoggio delle classi inferiori. Nel 1707 l’arrivo delle truppe austriache segnarono la fine del viceregno spagnolo e la successiva dominazione austriaca dal 1707 al 1734. Grazie alla politica della Regina di Spagna, Elisabetta Farnese, l’antico Regno di Napoli fu ripristinato ed assegnato a suo figlio, il principe Carlo di Borbone, per metà spagnolo e metà italiano. Napoli in questo periodo tornò ad aprirsi all’Europa, grazie anche allo stesso re Carlo il quale durante il suo Regno fece costruire la splendida reggia di Caserta, la superba reggia di Capodimonte e l’immenso Albergo dei poveri. Il 1700, il secolo del manierismo, favorì indiscutibilmente il teatro più che la canzone. A Napoli nacquero o si rinnovarono il Teatro Fiorentini (1707), il San Carlo (1737), il Mercadante (1780), il San Ferdinando (1790) e il Nuovo (1790) sui cui palcoscenici venivano inscenate colorite opere, dapprima di autori modesti poi più colti ed ispirati come Leo, Vinci, e Scarlatti ed infine i maestri Pergolesi, Paisiello e Cimarosa; quel che è certo è che tutti gli autori trassero spunto da liriche e melodie del popolo. Forse nel 1768 nacque da autore anonimo, ma così perfetta nella costruzione che non può essere che attribuita ad un professionista, una celebre tarantella in strambotto: Lo Guarracino, colorita storia di un pesce che, dopo essersi confezionato un singolare vestito, se ne va per mare in cerca di moglie; s’innamora di una bella Sardella la quale, però, è già promessa all’Alletterato per cui si scatena una cruenta battaglia fra due fazioni di pesci schierati in favore dei due contendenti. Tale brano mi fa pensare ad un grande poema: l’Iliade, scritto millenni prima, ove Elena di Troia rappresenta la Sardella mentre lo Guarracino e l’Alletterato possono benissimo paragonarsi rispettivamente a Paride e al Re Menelao e per concludere le due fazioni di pesci in lotta tra loro agli Achei e ai Troiani …. non vi sembra forse appropriato il paradosso? Nel 1759 Carlo di Borbone divenne Re di Spagna per cui lasciò il Regno al figlio Ferdinando IV, che salì al trono all’età di otto anni. Nel 1764 si abbatté a Napoli e dintorni una violenta carestia che lasciò una folta scia di morti per fame e malattia. Il regime monarchico vacillò il 22 gennaio 1799 quando l’esercito francese sconfisse le truppe regie occupando la capitale. Fu, così, proclamata la Repubblica napoletana, presto contestata dalla plebe e dalle bande sanfediste antirivoluzionarie comandate dal cardinale Ruffo. Il regno fu così affidato da Napoleone, dapprima al fratello Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e poi a Gioacchino Murat (1808-1815). Durante il decennio francese a Napoli furono erette nuove strutture quali: l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, il Conservatorio e fu risistemato in modo neoclassico la piazza Plebiscito. Al termine delle guerre napoleoniche, il congresso di Vienna sancì il ritorno sul trono dei Borbone, nella persona di Ferdinando I, e il Regno di Napoli fu unito alla Sicilia, costituendo il Regno delle due Sicilie (1816). Il 1800 può considerarsi il secolo d’oro della canzone napoletana. Quasi certamente in questo secolo nacque la celeberrima: Palummella… zompa e vola, difatti numerosi studiosi l’attribuiscono al maestro Bolognese datandola 1869. All’inizio del secolo vi fu un fervido lavoro di ricerca, di riscoperta e di riproposta delle canzoni del passato ove si distinsero, facendo da padroni: gli editori. Da Ginevra si trasferirono a Napoli i fratelli Bernardo e Giuseppe Girard, i quali allestirono una sorta di tipografia, stampando le prime edizioni di brani d’epoca a prezzi accessibili al popolo. Qualche anno dopo Giuseppe Girard cedette proprietà e posto al figlio Bernard mentre la direzione della casa editrice fu affidata a Guglielmo Luigi Cottrau, il quale ne divenne in seguito proprietario. Guglielmo Luigi Cottrau nacque a Parigi nel 1797 da un nobile francese; fu letterato e musicista e in patria ricoprì alte cariche politiche al seguito di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. I suoi studi li compì a Napoli dove rimase affascinato dal folklore e dalla musica, validi motivi che lo indussero ad abbandonare la sua brillante carriera politica per dedicarsi anima e corpo alle arti, ma in particolar modo alla musica. Fu abile trascrittore e arrangiatore di brani antichi di autori anonimi nonché compositore di numerose canzoni, contribuendo così in maniera determinante alla diffusione della canzone napoletana non solo in Italia ma in tutta l’Europa. Morì giovane a soli 50 anni nel 1847. Numerosi storici gli attribuiscono le musiche di Fenesta che lucive, forse però di origine siciliana, legata alla tragica vicenda della Baronessa di Carini, i cui i testi in lingua napoletana, sarebbero nati dalla penna dell’abate Giulio Genoino (1773-1856), dapprima cappellano militare poi funzionario della Cancelleria di Stato ed infine bibliotecario; quest’ultimo fu grande amico e collaboratore del Cottrau nella ricerca e nella trascrizione di numerosi brani popolari. Di parere diverso sono altri storici che attribuiscono le musiche della bellissima Fenesta che lucive al grande Vincenzo Bellini e parte del testo (solo due strofe) e Mariano Paolella (1835-1868) tipografo, poeta ed editore. Teodoro Cottrau (1827-1879), figlio di Guglielmo, fu quasi certamente l’autore della validissima versione italiana di Santa Lucia (1835) su un testo in dialetto napoletano del 1776 composto dal barone Michele Zezza. Teodoro non fu meno grande del padre difatti, laureatosi in legge e diplomatosi in pianoforte e composizione dovette ereditare, appena ventenne, la grande fortuna lasciatagli dal genitore ed esserne all’altezza; fu poeta, letterato, giornalista, musicista e politico e come il padre morì molto giovane a soli 52 anni. A mano a mano le case editrici si imposero sempre di più prepotentemente nella città di Napoli, da citare quella dei fratelli Fabbricatore e dei fratelli Clausetti, le quali raccoglievano, scrivevano e pubblicavano canzoni vecchie e nuove. Ci furono, persino, un’infinità di piccole tipografie che si improvvisarono case editrici inondando la città con le caratteristiche “copielle”, fogli volanti di vari colori sui quali erano stampati i versi e la musica dei brani più noti dell’epoca. Le copielle erano distribuite da girovaghi e cantanti ambulanti. Uno di questi fortunati tipografi-editori fu Francesco Azzolino, il quale stampò 180.000 copielle del celeberrimo successo Te voglio bene assaje, che pare non sia stata scritta nel 1835, attribuendone le musiche al grande Donizzetti bensì, nel 1839 dal maestro Campanella, anno in cui fu costruita la prima linea ferroviaria italiana: Napoli-Portici, inaugurata da Ferdinando II il 26 settembre, lunga appena 7 chilometri e 250 metri. Per quel che concerne il testo: è sempre stato riconosciuto Raffaele Sacco (1787-1872) l’autore indiscusso, di lui si racconta che a soli cinque anni era in grado di ripetere alla perfezione versi che ascoltava per la prima volta; da adulto divenne, poi, uno stimato ottico e persino inventore ma la sua grande passione fu la poesia tanto da riuscire a declamare all’impronta versi in rima su richiesta. Nelle vicinanze di Mergellina, in fondo alla riviera di Chiaia, alle pendici del promontorio di Posillipo vi è una grotta scavata nel I secolo a.C. in epoca romana, forse per agevolare le comunicazioni tra Napoli e Pozzuoli. E’ questa la famosa grotta che diede il nome alla prestigiosa festa di Piedigrotta, le cui origini si fanno risalire al 1835, anche se molti storici traggono le stesse dal 1700. Ricerche approfondite fanno presupporre che all’epoca dei Greci e dei Romani la grotta era occupata dal re pagano Priapo, il quale intratteneva le fanciulle in fiore in cerca di marito completamente nude tra canti e balli propiziatori. Con il passar degli anni, però, il tempio pagano andò in rovina. Nel XIII secolo il luogo fu santificato con l’erezione di una chiesa in onore della Madonna di Santa Maria di Piedigrotta, ove il popolo prese a recarsi in pellegrinaggio per implorare grazie, ciò determinò l’occasione per una bella scampagnata allietata da canti e danze addirittura con l’ausilio di carri addobbati. Fu sempre lo stesso Re Ferdinando II, che portò la festa al massimo splendore tanto che la nobiltà si confondeva tra il popolo godendo dei bollori della festa senza alcuna distinzione di ceto sociale. Quando Garibaldi entrò in Napoli il 7 settembre 1860 ritenne opportuno recarsi, il giorno successivo in compagnia delle sue “Camicie rosse”, presso la grotta della Madonna per renderle omaggio tra il vivo entusiasmo dei fedeli. La fortunata festa di Piedigrotta divenne, pertanto, l’occasione per presentare nuove canzoni e da quel momento cantanti, musicisti ed editori fecero a gara per essere presenti alla manifestazione, la quale permetteva di decretare trionfi ma anche amare sconfitte. Nel 1864 la casa discografica Ricordi aprì a Napoli i battenti, pronta a diffondere i successi dell’epoca in tutto il mondo. Evento storico di notevole importanza fu l’introduzione nell’interland napoletano, dalla lontana Londra, del caffè-concerto ad opera di Luigi Stellato. Fu possibile, pertanto, ascoltare buona musica nei locali stando comodamente seduti a sorseggiare un caffè o a gustare una fresca granita. Nel 1880, in occasione dell’inaugurazione della Funicolare, che permetteva risalire le pendici del Vesuvio con una sorta di trenino, nacque: Funiculì Funiculà, colorita canzone esportata e cantata in breve tempo in tutto il mondo. Fu questo il periodo in cui il grande poeta napoletano: Salvatore Di Giacomo (1860-1934), scrisse i testi di canzoni memorabili, tra le quali: Nannì (1882), Marechiare (1885), Oilì Oilà (1885), ‘E spingole frangese (1888), Catarì (1892) e tanti altri. Nel 1884 una forte epidemia di colera si abbatté sulla città di Napoli decimando la popolazione, mentre l’anno successivo fu approvata la legge n. 2892 per il risanamento della città di Napoli. Nello stesso anno fu inaugurato da Re Umberto I l’acquedotto del Serino e alla fine del 1889 cominciarono i lavori di sbancamento per creare Piazza Borsa, il Rettifilo e Piazza Garibaldi. Nel 1893 vide la luce la bellissima ‘O Marenariello di Ottaviano-Gambardella mentre nel 1895 si rideva con ‘Ndringhete ‘ndra e finalmente arrivò nel 1898 il grande momento di ‘O sole mio (Capurro-Di Capua) che vinse il secondo posto alla Piedigrotta di quell’anno. Intanto, l’editore Bideri si distingueva dai numerosi colleghi grazie alle prestigiose vesti editoriali con le quali presentava le sue pubblicazioni. Nel 1894 fu una canzone: ‘A Frangesa del maestro Costa che, nell’interpretazione della romana Maria Campi, prima donna ad eseguire “la mossa”, rese bollenti gli animi dei napoletani che si accalcavano in gran numero nei vari locali per visionare le curve femminili sempre meno coperte. “Frienne e magnanne” siamo giunti nel 1900, il secolo che da poco abbiamo lasciato alle nostre spalle. Sin dai primi anni dello stesso, numerose sono state le conquiste che l’uomo ha raggiunto in svariati campi: dallo scientifico al medico, dal chimico all’industriale, avanzando con passi veramente da gigante, cosa che non si è verificata nei secoli passati … e ditemi non vi state chiedendo il perché? Nell’ottocento avremmo potuto rispondere all’interrogativo cantando: “E pecchè … pecchè ‘Ndringhete ‘ndra, arieggiando i versi di una celeberrima canzone, oggi non me la sento di dare una risposta del genere e mettendo in moto il cervello ed esplorando nei meandri più reconditi della mente rispondo: Perché è stato possibile effettuare studi sempre più approfonditi nei vari campi e perché l’ingegno umano si è evoluto notevolmente! E potrei ancora trovare numerose e plausibili risposte a riguardo. La domanda a cui non riesco a darmi una risposta, invece, è la seguente: Perché la canzone napoletana non è più quella di una volta? Provate a dare voi una risposta al mio interrogativo! Non è possibile vero? Se pure vi “arrevutate ‘a capa ‘na risposta nun ‘a truvate! E come voi molti studiosi non hanno fornito una spiegazione plausibile. Ebbene … tornando alla canzone napoletana, nel 1903 nacque al tavolo di un noto Caffè di Napoli, il Gambrinus, dalla penna del sapere di D’Annunzio i versi di un noto sonetto: ‘A vucchella, musicato successivamente dal suo amico e conterraneo Francesco Paolo Tosti, che studiava al conservatorio di S. Pietro a Macella. Nel 1904 l’allora Presidente del Consiglio, Giuseppe Zanardella, si recò a Sorrento ove fu ospitato dai fratelli Ernesto e Gianbattista De Curtis presso l’albergo Tramontano, i quali gli dedicarono persino una canzone: Torna a Surriento, forse nella speranza di ricevere finanziamenti per la necessità di costruire nuovi uffici postali. Nel medesimo anno videro la luce: Voce ‘e notte (Nicolardi-De Curtis), Tarantelluccia (Murolo-Falvo) e Pusilleco addiruso (Murolo-Gambardella). Fu composta nel 1911 Core ‘ngrato dedicata, non come appare dal testo ad una donna, bensì, al grande Caruso che abbandonò Napoli per recarsi in America. Elvira Donnarumma e Gennaro Pasquariello possono considerarsi i divi pre-guerra, i quali dimostrarono che per cantare bisognava avere “stoffa”. Il conflitto mondiale era ormai alle porte e l’impiegato delle poste Giovanni Ermete Gaeta con lo pseudonimo di E. A. Mario (E come Ermete, A come Alessandro Sacheri, amico giornalista genovese, e Mario dal suo compagno Mario Rispardi, acceso mazziniano come lui) compose quello che fu l’inno della prima guerra mondiale: la leggenda del Piave. Sempre alle soglie del primo conflitto mondiale, nel 1915, nacquero: ‘O surdato ‘nammurato (Califano-Cannio), Tu cà nun chiagne (Bovio-De Curtis) e ‘A serenata ‘e Pullicenella (Bovio-Cannio). Nel triste triennio della guerra poche furono le produzioni musicali tra esse si distinsero: Tiempe belle nel 1916 (Califano-Valente) e la celeberrima Reginella nel 1917 (Bovio-Lama).  Al termine dello sconvolgente conflitto mondiale, nonostante imperasse la fame e la disperazione ovunque, i parolieri e i musicisti si rimboccarono le maniche e si diedero da fare riprendendo animosamente la produzione musicale, nacquero così: ‘A tazza ‘e cafè (1918), Santa Lucia luntana (1919), Mandulinata a Napule (1920), Silenzio cantatore (1922), Canzone appassiunata (1922), Chiove (1923), Lacreme napulitane (1925), ‘O paese d’ ‘o sole (1925), Piscatore ‘e Pusilleco (1925) e tante altre bellissime melodie che rimarranno immortali nella storia della canzone popolare partenopea. Con Armando Gill, pseudonimo di Michele Testa, nacque la “Nuova Rivista” che segnò trionfi sui palcoscenici di tutta Italia. Lo stesso autore esordiva in chiave comica nella presentazione dei suoi brani con: Versi di Armando, musica di Gill cantati da Armando Gill; suoi sono i brani: E allora? ed ‘O zampugnaro ‘nammurato. Intanto, il grande Caruso sentitosi male, durante una esibizione a Brooklyn forse intuendo la gravità del mare incurabile che lo aveva colpito, volle ritornare a Sorrento nel 1921 ove morì poco dopo il 2 agosto dello stesso anno; a lui si dovrà attribuire il merito di aver introdotto la musica napoletana nel repertorio lirico. Il Fascismo, nel frattempo, si imponeva in Italia e Mussolini imperava da Duce incontrastato. La Sceneggiata, canzone cantata e recitata, fece colpo sul popolo prendendo il sopravvento sulle canzoni, Raffaele Viviani ne fu il massimo esponente con le sue strabilianti opere: ‘O vico (1917), Caffè di notte e giorno (1919) ‘A figliata (1924) e soprattutto ‘O guappo e cartone (1932). Fu finalmente introdotto il diritto d’autore che diede una sorta di regolamento alle canzoni, le quali divennero di proprietà esclusiva del compositore e chiunque le volesse eseguire doveva pagare. Alle soglie della seconda guerra mondiale nacque la canzone comica o “macchietta” con la quale si poté ridere grazie a Ciccio Formaggio (1940), M’aggia curà ed Agata, interpretate magistralmente da Nino Taranto. Anche questo secondo conflitto mondiale segnò negativamente il popolo napoletano, e la straordinaria arte di arrangiarsi, nota in tutto il mondo, lo tenne a galla risparmiandolo anche questa volta. Tammurriata nera (1944) e Simmo ‘e Napule paisà (1944) ci ricordano ancora oggi i drammi e le vicende dolorose della guerra. La celebre canzone Scalinatella, composta nel 1948 da Bonagura-Cioffi scatenò una contesa tra gli abitanti di Capri e Positano per aggiudicarsi l’ubicazione della scalinata; a quanto pare furono gli isolani ad avere la ragione dalla loro parte. Furono composte nel 1950 le indimenticabili: Anema e core e Luna rossa; l’anno seguente il grande Totò esplose con Malafemmena, enigmatico brano dedicato ma a chi? Il 28, 29 e 30 settembre dello stesso anno presso il teatro Mediterraneo fu organizzato dalla RAI il primo Festival della canzone napoletana, presentato da Nunzio Filogamo. Furono venti le canzoni in gara ma gli allori furono raccolti da Nilla Pizzi e Franco Ricci con Desiderio ‘e sole (Manlio-Gigante). Gli anni ‘40 e ’50 segnarono la distruzione dei teatri e dei caffè-concerto e, se a distruggerli non ci riuscirono le bombe, ci pensarono gli imprenditori trasformando le sale in cinematografi. Gli unici a resistere furono i fratelli Eduardo, Titina e Peppino De Filippo che impiegarono tutte le loro forze per salvare le sorti del teatro, destreggiandosi in commedie inedite o rivisitando quelle del passato. Negli anni ’50 si affacciò alle scene, proponendo brani in chiave satirica, un giovane stempiato: Renato Carosone, molto abile al pianoforte, con alle spalle brillanti studi classici. I nuovi ritmi nord-africani introdotti da Carosone nelle sue canzoni, grazie anche al valido apporto musicale di Van Wood alla chitarra e di Gegè Di Giacomo alla batteria, di getto fecero colpo sugli abitanti della penisola. Ovunque si cantava: Maruzzella (1955), Tu vuo’ fà l’americano (1957), T’è piaciuta (1958), Caravan Petrol (1958), Pigliate ‘na pastiglia (1958), Torero (1958), ‘O Sarracino (1958) ed ancora numerosi brani tuttora eseguiti. A questo punto, Signori miei, i tasti del mio computer si sono bloccati e non sono più in grado di raccontarvi la fine della storia, che senza ombra di dubbio conoscete già, sento vano ogni tentativo e mi viene un dubbio: sarà perché tutto il resto è stato solo cacca? Oh pardon!

Aversa 16/02/2004



La storia del Guarracino

LA   STORIA   DEL GUARRACINO

(Carlo Muccio)

Uno dei brani a cui sono molto legato è la storia del Guarracino, piccolo pesce del mare Mediterraneo. Sebbene siano stati effettuati numerosi studi, da parte di storici della canzone Partenopea, non è stato possibile risalire all’autore, come d’altronde per la data assegnata: 1768, non vi è alcuna certezza. Di sicuro si può affermare che l’autore del testo doveva essere un ottimo intenditore della fauna marina nonché, un eccellente romanziere. Ogni qualvolta eseguo il brano in pubblico, mi accorgo che l’ascoltatore prova un certo interesse per la storia trattata, purtroppo, la veloce esecuzione e l’antico dialetto non rende del tutto chiaro l’avvicendarsi dei fatti trattati, per cui desidero raccontarvi, sommariamente, lo svolgimento degli stessi sotto forma di storiella. “C’era una volta un piccolo pesce di colore verde scuro chiamato: Guarracino, che un giorno decise di prendere moglie, per cui ritenne opportuno vestirsi elegantissimo confezionandosi un abito con oggetti presi a prestito qua e la sul fondo marino. I pantaloni li creò con rete di fondo, le scarpe e le calze le ricavò dalla pelle del Tonno, la caratteristica sciammeria la ottenne dalle alghe e dai peli del Bue marino, mentre per quanto riguarda i bottoni utilizzò gli occhi del Polipo, della Seppia e della Fiera e per ultimo pose sul suo capo una singolare parrucca provvista di lunghi peli irti. Tutto impomatato e stirato (posema e stiratiello) se ne andò in giro lungo la scogliera alla ricerca della propria futura moglie. S’imbattè, innamorandosi perdutamente, in una bella Sardella che stava affacciata al balcone della sua casa suonando tristemente il calascione, una sorta di panciuto chitarrone. Non avendo il coraggio di manifestare i propri sentimenti, si rivolse  alla Bavosa, pesce viscido e ruffiano. La Bavosa, dietro lauta mancia, riferì l’imbasciata d’amore alla Sardella, la quale da principio imbarazzata si nascose sotto uno scoglio, successivamente però, redarguita dalla stessa Bavosa si affacciò alla finestra facendo gli occhi dolci al Guarracino. Una Padella, appiattata su uno scoglio poco distante, dopo aver assistito alla scena andò di corsa a riferire l’accaduto all’ex fidanzato della Sardella: l’Alletterato, il quale essendo sempre innamorato e gelosissimo della sua bella, si armò di tutto punto e partì alla ricerca del Guarracino. Scovò in piazza lo sventurato e lo afferrò con il “cravattino” scuotendolo violentemente; a questo punto i due contendenti iniziarono a darsi botte da orbi (mazzate ‘a cecate). A tale confusione si formarono due fazioni di pesci: chi a favore del Guarracino, chi per l’Alletterato. Ne venne fuori una cruenta battaglia alla quale presero parte circa una ottantina di specie di pesci e molluschi presenti nel “Mare nostrum” verso la fine dell’ottocento e oggi quasi del tutto scomparsi per effetto dell’inquinamento marino. La canzone termina con il commiato del cantastorie il quale chiede il permesso di assentarsi per essersi prosciugata la gola e per essere rimasto senza fiato nei polmoni! Tale brano mi fa pensare ad un grande poema: l’Iliade, scritto millenni prima, ove Elena di Troia rappresenta la Sardella, mentre lo Guarracino e l’Alletterato possono benissimo paragonarsi rispettivamente a Paride e al Re Menelao e per concludere le due fazioni di pesci in lotta tra loro agli Achei e ai Troiani …… non vi sembra forse appropriato il paradosso?

Lo Guarracino Parte 1^

LO  GUARRACINO

(Anonimo – Trascrizione ottocentesca di Bolognese-Chiurazzi-Cottrau)        Anno 1768


Introduz.: (RE  RE  RE)  SOL-  LA7  RE-  (RE  RE  RE)  SOL-  LA7  RE-  (SOL  LA  RE)

I:     Lo Guarracino che jeva pè mare le venne voglia dè  se ‘nzorare,

SOL-       DO7     FA     SOL-      RE-          LA7     RE-

se facette ‘no bello vestito dè scarde dè spine pulito, pulito

SOL-      DO7      FA         SOL-        RE-      LA7    RE-

cò ‘na parrucca tutta ‘ngrifata dè  ziarelle ‘mbraciolata

SOL- DO7       FA   SOL-  RE-       LA7  RE-

cò lo sciabò scolla e puzine dè pònte angrise fine, fine.

RE#               SOL#                   LA   LA7 RE- (SOL LA RE)

II:    Cù li cazune dè rezza dè funno scarpe e cazette dè pelle dè Tunno

SOL-      DO7        FA       SOL-        RE-        LA7        RE-

e sciammeria e sciammerino d’aleche e pile dè Voje marino

SOL-         DO7   FA   SOL-        RE-      LA7      RE-

cù buttune e buttunera d’uocchie dè Purpo, Secce e Fera,

SOL -  DO7 FA        SOL-        RE-     LA7        RE-

fibbia, spada e schiocche ‘ndorate dè niro dè Secce e fele d’Achiata.

RE#                             SOL#               LA          LA7          RE- (SOL LA RE)

III:   Doje belle  cateniglie dè premmone dè Conchiglie,

SOL- DO7 FA   SOL-     RE-    LA7     RE-

‘no cappiello aggallonato dè codarino d’Aluzzo salato.

SOL-  DO7 FA  SOL-     RE-      LA7       RE-

Tutto posema e steratiello jeva facendo lo sbafantiello,

SOL-          DO7 FA  SOL-  RE-          LA7     RE-

gerava da cà e da là  la ‘nammorata pè se  trovà.

RE#      SOL#             LA        LA7   RE- (SOL LA RE)

IV:   La Sardella a lo  barcone steva sonanno lo calascione

SOL-   DO7  FA      SOL-    RE-        LA7     RE-

e a suono   dè trommetta jeva cantanno st’arietta:

SOL- DO7     FA      SOL-    RE-     LA7 RE-

“E larè  lo  mare e lena  e  la  figlia d’ ‘a si’ Lena

SOL- DO7     FA    SOL- RE-  LA7      RE-

ha lassato lo ‘nammorato pecchè niente l’ha ria – lato”

RE#                 SOL#              LA          LA7 RE- (SOL LA RE)

V:    Lo Guarracino ‘nche la  guardaje dè la Sardella s’annammoraje;

SOL-         DO7    FA    SOL-      RE-         LA7     RE-

se né jette da ‘na Vavosa  la  chiù vecchia maleziosa;

SOL-    DO7   FA     SOL-    RE-       LA7    RE-

l’ebbe bona  ria  –  lata pè mannarle la masciata:

SOL-  DO7  FA   SOL-   RE-   LA7       RE-

la Vavosa pisse, pisse chiatto e tunno ‘nce lo disse.

RE#            SOL#               LA        LA7  RE- (SOL LA RE)

VI:   La Sardella ‘nche  la  sentette rossa, rossa se facette,

SOL-           DO7   FA    SOL-   RE-   LA7  RE-

pè lo scuorno che sé  pigliaje sotto a ‘no scuoglio se ‘mpezzaje

SOL-       DO7    FA  SOL-               RE-  LA7  RE-

ma la vecchia dè  la  Vavosa subbeto disse: “Ah schefenzosa!

SOL-          DO7  FA    SOL-      RE-     LA7            RE-

Dè ‘sta manera nun truove partito ‘ncanna te resta lo  marito”

RE#                        SOL#              LA     LA7   RE- (SOL LA RE)

VII:  “Se hai voglia dè t’allocà  tanta smorfie non aje dà fà,

SOL-      DO7 FA SOL-  RE-            LA7    RE-

fore le zeze e fora lo scuorno anema e core faccia dè cuorno”

SOL-   DO7         FA    SOL-      RE-  LA7             RE-

Ciò sentenno la sì  Sardella s’affacciaje a la fenestella

SOL-     DO7   FA    SOL-     RE-      LA7  RE-

fece n’uocchio a zennariello a lo speruto ‘nammoratiello.

RE#                   SOL#          LA           LA7    RE- (SOL LA RE)

VIII: Ma la Patella che steva dè posta la  chiammaje: “Faccia tosta,

SOL-        DO7     FA      SOL-     RE-     LA7      RE-

tradetora, sbrevognata, senza parola, male nata”

SOL-    DO7  FA    SOL-      RE-  LA7   RE-

ch’avea ‘nchiantato l’Alletterato primmo e antico ‘nammorato,

SOL-   DO7 FA   SOL-          RE-  LA7     RE-

dè carrera da chisto jette  e ogne cosa le  dicette.

RE#                 SOL#           LA    LA7  RE- (SOL LA RE)

IX:   Quanno lo ‘ntise lo poveriello  se  lo pigliaje  Farfariello,

SOL-   DO7  FA   SOL-       RE- LA7    RE-

jette a la casa, s’armaje a rasulo sé  carrecaje comm’ a  ‘no mulo

SOL-       DO7        FA   SOL-     RE-              LA7   RE-

dè scoppette e dè spingarde, pòvere, palle, stoppe e scarde,

SOL-    DO7    FA       SOL-    RE-     LA7         RE-

quattro pistole e tre bajonette dint’ a la sacca sé mettette.

RE#               SOL#               LA      LA7    RE- (SOL LA RE)

X:    ‘Ncopp’ a lì spalle sittanta pistune, ottanta bomme e novanta cannune,

SOL-     DO7     FA        SOL- RE-             LA7          RE-

e comm’ a guappo  Pallarino jeva trovanno lo Guarracino,

SOL- DO7 FA   SOL-  RE-             LA7 RE-

la disgrazia a chisto portaje che ‘miezz’ a la chiazza te lo ‘ncontraje

SOL-   DO7        FA              SOL-           RE-       LA7      RE-

se l’afferra pò cravattino e pò le dice: “Ah malandrino!”

RE#                SOL#          LA     LA7          RE- (SOL LA RE)

Lo Guarracino Parte 2^

 

XI:   «Tu me lieve la ‘nammorata e  pigliatella ‘sta  mazziata»

                      SOL-   DO7    FA   SOL-    RE-   LA7         RE-

       Tuffete e taffete a  miliune lè deva  paccare e secuzzune,

                      SOL-   DO7 FA       SOL- RE-           LA7   RE-

       schiaffe, ponie e perepesse, scoppolune, fecozze e connesse

                     SOL- DO7   FA         SOL-  RE-     LA7             RE-

       scerevecchiune e sicutennosse e l’ammacca osse e pilosse.

                          RE#              SOL#           LA        LA7        RE- (SOL LA RE)

XII:  Venimmoncenne cà lo rommore pariente e amice ascettera fore

                        SOL-   DO7       FA           SOL-    RE-      LA7      RE-

       chi cò mazze, cortielle e cortelle chi  cò spate, spatune e spatelle,

                 SOL-           DO7       FA   SOL-     RE-         LA7          RE-

       chiste cò barre, chille cò spite, chi cò ammennole e chi cò antrite,

                      SOL-  DO7        FA    SOL-       RE-           LA7         RE-

       chi cò tenaglie e chi cò martielle, chi cò torrone e sosamielle.

                    RE#                         SOL#             LA       LA7     RE- (SOL LA RE)

XIII: Patre, figlie, marite e mogliere s’azzuffajeno comm’ a fere.

                 SOL-      DO7          FA   SOL-  RE-     LA7        RE-

       A meliune correvano a strisce dè ‘sto partito e dè chillo lì pisce.

                SOL-    DO7           FA    SOL-        RE-        LA7     RE-

       Che bediste dè Sarde e d’Alose! Dè Palaje e Raje petrose!

                  SOL-      DO7           FA    SOL- RE-    LA7       RE-

       Sàrache, Dientece ed Achiate , Scurme, Tunne a Alletterate!

                         RE#                 SOL#              LA            LA7 RE- (SOL LA RE)

XIV: Pisce Palumme e Piscatrice, Scuorfene, Cernie e   Alice,

                     SOL-       DO7   FA         SOL-    RE-     LA7 RE-

       Mucchie, Ricciòle, Musdee e Mazzune, Stelle, Aluzze e  Storiune,

                              SOL-     DO7         FA      SOL-    RE-   LA7     RE-

       Merluzze, Ruòngole e  Murene, Capodoglie, Orche e Vallene,

                            SOL-   DO7 FA     SOL- RE-      LA7           RE-

       Capitune, Aùglie e Arenghe, Ciefere, Cuocce, Tracene e Tenghe.

              RE#                  SOL#                       LA       LA7         RE-  (SOL LA RE)

XV: Treglie, Trèmmole, Trotte e Tunne, Fiche, Cepolle, Laùre e Retunne,

                     SOL-          DO7     FA       SOL-       RE-       LA7       RE-

       Purpe, Secce e Calamare, Pisce spate e Stelle dè mare,

                  SOL-      DO7 FA     SOL-   RE-       LA7      RE-

       Pisce palumme e Pisce martielle, Voccadoro e Cecenielle,

                    SOL-       DO7          FA    SOL- RE-     LA7     RE-

       Capochiuve e Guarracine, Cannolicchie, Ostreche e Ancine.

                    RE#             SOL#           LA        LA7                RE- (SOL LA RE)

XVI: Vongole, Còcciole e   Patelle, Pisce cane e Grancetielle,

                       SOL-      DO7  FA    SOL-  RE-        LA7    RE-

       Marvizze, Màrmure e   Vavose, Vope prene, vedove e spose,

                       SOL-       DO7  FA     SOL-  RE-    LA7            RE-

       Spìnole, Spuònole, Sierpe e Sarpe, scàuze, ‘nzuòccole e cò le scarpe,

                           SOL-      DO7   FA          SOL-          RE-        LA7    RE-

       Sconciglie, Gàmmere e Ragoste, vennero ‘nfino cò le poste.

                         RE#                  SOL#                  LA  LA7   RE- (SOL LA RE)

XVII:Capitune, Sàure e Anguille, pisce gruosse e piccèrille,

              SOL- DO7               FA  SOL-      RE-     LA7   RE-

       d’ogne ceto  e  nazione, tantille, tante, chiù tante e tantone!

                  SOL- DO7   FA   SOL-    RE-            LA7          RE-

       Quanta botte, mamma mia, che sé devano arrassossia!

                   SOL-  DO7       FA   SOL-   RE-         LA7     RE-

       A centenare le barrate! A meliune  le  petrate!

                  RE#          SOL#          LA    LA7   RE- (SOL LA RE)

XVIII:Muorze e pizzeche a  beliune! A  delluvio le secuzzune!

                       SOL-       DO7  FA   SOL- RE-      LA7    RE-

       Non ve dico che bivo fuoco  se  faceva per ogne luoco!

                   SOL-      DO7   FA   SOL- RE-        LA7      RE-

       Tè, tè, tè  cà pistulate! Tà, tà, tà  là scoppettate!

                 SOL-  DO7 FA   SOL-  RE-     LA7    RE-

       Tù, tù, tù  cà lì pistune! Bù, bù, bù là lì  cannune.

                  RE#          SOL#            LA     LA7   RE- (SOL LA RE)

XIX: Ma dè cantà  sò già  stracquato  e  me manca mò lo sciato,

                        SOL-    DO7         FA  SOL-  RE-     LA7         RE-

       sicchè date – me  licienza, grazi – osa e bella audienza,

                  SOL-  DO7   FA       SOL-  RE-   LA7         RE-

       ‘nfino che sorchio ‘na meza dè seje, cò  salute dè luje e dè leje,

                       SOL-          DO7        FA    SOL- RE-     LA7         RE-

       cà se secca lo cannarone sbacantànnose lo  premmone!

                 RE#                SOL#           LA          LA7      RE-    SOL- RE- LA7 RE-

 

 

Parafrasi dè Lo Guarracino

PARAFRASI   DE’   LO   GUARRACINO

(Carlo Muccio)

( I ) Il Guarracino che andava per mare gli venne voglia di sposarsi,

si fece (si confezionò da solo) un bel vestito di schegge e di spine pulito, pulito (più che pulito)

con una parrucca tutta arruffata di nastrini arrotolati (a mo’ di braciola napoletana)

con lo sciabò (davantino, gozzo), scollo e polsini di punto inglese fino, fino (finissimo).

( II ) Con i calzoni di rete di fondo (reti resistenti) scarpe e calze di pelle di Tonno

e mantella e mantellina di alghe e di peli di Bue marino

con bottoni e bottoniera di occhi di Polipo, Seppia e Fiera (Coregone, pesce di lago)

fibbia, spada e fiocchi dipinti di nero di Seppia e fiele di Occhiata.

( III ) Due belle catenelle di polmoni di Conchiglie,

un cappello gallonato (decorato) di codini di Luccio in salamoia.

Tutto amidato (impettito) e ben stirato andava facendo lo spacconcello,

girara di qua e di la per trovarsi la fidanzata.

( IV ) La Sardella (affacciata) al balcone stava suonando il calascione (una sorta di chitarrone)

e a suono di trombetta (con voce squillante) stava cantando questa arietta:

“E larè lo mare e lena (mottozzo, insieme di parole insignificanti) e la figlia della zia Lena

ha lasciato il fidanzato perchè niente le ha regalato”.

( V ) Il Guarracino appena la guardò della Sardella s’innamorò

per cui andò da una Bavosa (pesce viscido e ruffiano), più vecchia maliziosa;

e le diede una lauta mancia per mandarle l’imbasciata (d’amore):

la Bavosa pissi, pissi (zitto, zitto) grasso e tondo (senza giochi di parole) glielo disse.

( VI ) La Sardella appena sentì ciò rossa, rossa diventò (arrossì),

e per la vergogna che si prese sotto uno scoglio si ficcò

ma la vecchia Bavosa subito disse: “Ah schifiltosa!

In questa maniera (così facendo) non troverai un partito, in gola ti resta il marito (te ne resterà perennemente la voglia)”.

( VII ) “Se hai voglia di collocarti (piazzarti, sposarti) tante smorfie (storie) non devi fare,

fuori le ciance e via la timidezza anima e cuore e faccia tosta”

Nell’ascoltare ciò la zia Sardella si affacciò alla finestrella (fece capolino dalla sua tana)

e fece l’occhiolino al desideroso innamoratello.

( VIII ) Ma una Patella (mollusco) che stava appostata (di vedetta) la appellò: ”Faccia tosta,

traditrice, svergognata, senza parola, malnata”

Poiché aveva piantato (lasciato in tronco) l’Alletterato (pesce della famiglia dei tonni con la pelle maculata che sembra avere delle lettere dell’alfabeto disegnato addosso), primo e antico fidanzato,

di carriera (di corsa senza pensarci su un attimo) da costui andò e ogni cosa gli riferì.

( IX ) Quando sentì ciò il poveretto se lo prese (s’infuriò) Farfariello (un diavoletto dantesco),

andò a casa, s’armò di rasoio, si caricò come un mulo

di schioppi (pistole), di spingarde (fucili a canne lunghe), polvere (da sparo), palle (piombi per moschetti), stoppa e schegge (pietre focaie),

quattro pistole e tre baionette si mise in tasca.

( X ) Sulle spalle settanta pistoni (colubrine), ottanta bombe e novanta cannoni (paradosso per dire che si arma di tutto punto)

e come guappo Pallarino (il camorrista napoletano contrapposto ai paladini della giustizia – un’altra interpretazione vuole Pallarino un brigante del napoletano) andava in cerca del Guarracino,

la sfortuna volle a sfavore di quest’ultimo (il Guarracino) che in mezzo alla piazza lo incontra,

lo afferra per il cravattino (colletto, bavero) e poi gli dice: “ Ah malandrino!”

( XI ) “ Tu mi togli (rubi) la fidanzata e beccati queste legnate!”

Tuffete e taffete (come nei fumetti si indica il rumore delle percosse inferte) a milioni, gli dava pacche (schiaffi a mano aperta) e sergozzoni (schiaffi a pugno chiuso),

schiaffi, pugni e percosse, scappellotti, sberle pesanti con annessi e connessi

scapaccioni e ancora pugni più violenti pestandogli ossa e cartilagini.

( XII ) Ritornando a noi (ripigliando il discorso) a tal rumore parenti e amici uscirono fuori (dalle loro tane)

chi con mazze, coltelli e coltellini chi con spade, spadoni e spadette,

alcuni con sbarre, altri con spiedi, chi con mandorle e chi con antrita (noccioline) (paradosso per dire che afferrarono oggetti svariati e occasionali)

chi con tenaglie e chi con martelli, chi con torroni (da l’idea di oggetto duro e contundente) e sosamielli (dolci natalizi a forma di ciambella).

( XIII ) Padri, figli, mariti e mogli s’azzuffarono come fiere (bestie feroci).

A milioni accorrevano in riga a flotte di questa fazione e di quella i pesci tutti.

Quante se ne videro di Sarde e di Alose! Di Palaje (sogliole) e Raje pietrose! (razze chiodate)

Saraghi, Dentici ed Occhiate, Sgombri, Tonni e Alletterati!

( XIV ) Pesci Palombo e Pescatrici (rane pescatrici), Scorfani, Cernie ed Alici,

Mucchie (pastinache), Ricciole, Musdee (motelle) e Mazzoni (ghiozzi), Pesci stella, Lucci e Storioni,

Merluzzi, Vongole e Murene, Capodogli, Orche e Balene

Capitoni, Aguglie e Aringhe, Cefali, Cocci, Tracine e Tinche.

( XV ) Triglie, Torpedini, Trote e Tonni, Fiche di mare, Cepole e Zerro,

Polipi, Seppie e Calamari, Pesci spada e Stelle di mare,

Pesci Palombo e Pesci martello, Boccadoro e Gianchetti,

Capochiodi (seppioline) e Guarracini, Cannolicchi, Ostriche e Ancini (ricci di mare).

( XVI ) Vongole, Cocciole (molluschi) e Patelle (molluschi) Pescecani e Granchietti,

Marvizzi (tordi), Marmore e Bavose, Boghe incinte, vedove e spose,

Spigole, Spondili, Serpenti di mare e Salpe, scalzi, con zoccoli e con le scarpe,

Sconcigli (murici), Gamberi e Aragoste vennero perfino con le diligenze.

( XVII ) Capitoni, Suri, e Anguille, pesci grossi e piccolini,

di ogni ceto e nazione, piccolini, grandi, più grandi, ancora più grandi (insomma di tutte le taglie!)

Quante botte, mamma mia, che si davano, meglio scansarsi!

A centinaia le battate (che si infliggevano)! A milioni le pietrate!

( XVIII ) Morsi e pizzichi (volavano) a bilioni! A diluvio (sta per numerosissimi) i sergozzoni! (schiaffi a pugno chiuso)

Non vi dico (racconto) che vivo fuoco che si faceva per ogni luogo!

Tè, tè, tè (come nei fumetti si indica il rumore di colpi di pistola) qua pistolettate! Tà, tà, tà (come nei fumetti si indica il rumore di colpi di schioppettate) la schioppettate!

Tù, tù, tù (ancora colpi) qua le colubrine! Bù, bù, bù la i cannoni!

( XIX ) Ma di cantare sono già esausto e mi manca ora il fiato,

perciò datami (concedetemi) licenza, grazioso e bel pubblico,

permettetemi di bere una mezza di sei (unità di misura, tre, ossia un bicchierino forse di liquore) alla salute di lui e di lei (del pubblico udente),

perché mi si è seccato il gargarozzo (la gola) svuotandosi il polmone!

PRIMA VERSIONE DE’ LO GUARRACINO

Indice cronologico “Bella Napoli Project” Parte 1^

INDICE  CRONOLOGICO  (Parte 1^)

T I T O L O

A U T O R I

Introduzione

Lucio Grandone

Profilo dell’autore

Gino D’Aniello

La storia della canzone napoletana

Carlo Muccio

A Cicina mia

Carlo Muccio

Jesce sole

Ignoti

Canto delle lavandaie del Vomero

Ignoti

Donna ‘Sabella

Anonimo

Cicerenella

Ignoti

Carosello napoletano

Ignoti

Fenesta vascia

Anonimo

Vurrja addeventare

Gianleonardo dell’Arpa

Li Sarracini adorano lu sole

Anonimo

La morte dè mariteto

Contestata a T. Di Majo

Lì figliole

Anonimo

Si li femmene

Anonimo

Sia maledetta l’acqua

Anonimo

Sto core mio

Orlando Di Lasso

Orlando Di Lasso

La  ‘ndrezzata

F. Sgruttendio de Scafato

Vurrja cà fosse ciaola

Cola Sbruffapappa

‘A serenata ‘e Pullecenella

Ignoti

Dint’  ‘o mercato

Canto popolare

Masaniello

‘O cunto ‘e Masaniello

Canto popolare

Michelemmà

Attribuita a Salvator Rosa

Salvator Rosa

La cantata dei pastori

Canzone della fame

Tratto dalla Cantata dei pastori

Canzone di Razzullo

Tratto dalla Cantata dei pastori

Canzone del paniere

Tratto dalla Cantata dei pastori

Canzone di Sarchiapone

Tratto dalla Cantata dei pastori

Splendete stelle

Tratto dalla Cantata dei pastori

Peppe Barra

Vurrja addeventare soricillo

B. Saddumene-L.Vinci

‘O Peccatore

Carlo Muccio

Lo Guarracino

Anonimo

La storia dè Lo Guarracino

Carlo Muccio

Traduzione dè Lo Guarracino

Carlo Muccio

Ricciulina

Anonimo

Santa Lucia

Ignoti-Zezza

Quanno nascette ninno

Attribuita ad A. M. De Liguori

Alfonso Maria De Liguori

‘O ninno puveriello

Carlo Muccio

Canto dei Sanfedisti

Ignoti

Madonna dè la Grazia

Canto religioso

La ricciolella

Guglielmo Cottrau

Te voglio bene assaje

Sacco-Campanella

Fenesta che lucive

Bellini-Cottrau-Genoino-Paolella

Lu Cardillo

Del Preite-Labriola

Tarantella

M. D’Arienzo-L. Ricci

Lo ciuccio dè Cola

M. alella-P. Labriola

Brigantaggio meridionale

Brigante sé more

Tradizionale

Vulesse addeventare

E. Bennato

E so’  ‘e Brigante

S. Moschetti

Briganti di Frontiera

Fra’ Diavolo

E. Scribe-S. Moschetti

‘Nu Brigante

Borrelli-Palma

Ninna nanna di Sant’Anna

Tradizionale

La serpe a Carolina

Ignoti

 

Indice cronologico “Bella Napoli Project” Parte 2^

INDICE  CRONOLOGICO  (Parte 2^)

 

 

T I T O L O

A U T O R I

Italiella

Ignoti

‘A cunfessione  ‘e Taniello

Raffaele Petra

Ad un bigotto-Raffaele Petra

Raffaele Petra

La palummella

Bolognese

‘O pireto

Anonimo

Angelarè

Vincenzo De Meglio

Nuova Compagnia Canto Popolare

Lo Paparacianno

E. Martelli

Mariannì

Teodoro Cottrau

‘A cammesella

L. Stellato-F. Melber

‘A semmana d’ ‘o fesso

Anonimo

Cortesie

Anonimo

Funiculì Funiculà

Turco-Denza

Marechiare

Di Giacomo-Tosti

Oilì Oilà

Di Giacomo-Costa

Era de’ maggio

Di Giacomo-Costa

Salvatore Di Giacomo

Scetate

F. Russo-Costa

Strunzo!

F. Russo

Ferdinando Russo

‘E spingole frangese

Di Giacomo-De Leva

‘A Madonna d’  ‘e mandarine

F. Russo

Catarì

Di Giacomo-Costa

‘O Marenariello

Ottaviano-Gambardella

Carmela

G. B. De Curtis

La peteide

Anonimo

Furturella

Cinquegrana-Gambardella

Salvatore Gambardella

‘Ndringhete ‘ndrà

Cinquegrana-De Gregorio

Pasquale Cinquegrana

‘O Sole mio

Capurro-Di Capua

Eduardo Di Capua

Maria Mari’

V. Russo-Di Capua

Vincenzo Russo

Io te vurria vasà

V. Russo-Di Capua

‘A Vucchella

D’Annunzio-Tosti

Voce ‘e notte

Nicolardi-De Curtis

Tarantelluccia

E. Murolo-Falvo

Ernesto Murolo

Torna a Surriento

E. De Curtis-G. B. De Curtis

Pusilleco addiruso

E. Murolo-Gambardella

Dint’  ‘o Marcone

Anonimo

Comme facette mammeta

Capaldo-Gambardella

Palomma ‘e notte

Di Giacomo-Buongiovanni

Tarantella del Gargano

Tradizionale

Andrea Sacco

La zita

Tradizionale

Rancio e mosca

Tradizionale

Pizzica di Santu Paulu

Tradizionale

Oj nenna nenna

Tradizionale

La santa allegrezza

Tradizionale

Tammurriata alli uno

Tradizionale

Mò che so’ giovane

Tradizionale

La Chitarra battente

Carlo Muccio

Trapenarella

Tradizionale

Cicuzza

Anonimo

Core ‘ngrato

Cordiferro-Cardillo

Enrico Caruso

I’ marricordo ‘e te

E. De Curtis-G.B. De Curtis

Fratelli De Curtis

Indice cronologico “Bella Napoli Project” Parte 3^

INDICE  CRONOLOGICO  Parte 3^

T I T O L O

                A U T O R I

‘A canzone ‘e Napule

Bovio-De Curtis

Libero Bovio

 

Nun voglio fa’ niente

Bovio-Valente

Mammà

 

Guapparia

Bovio-Falvo

Uocchie c’arraggiunate

Fieni-Falvo

Elvira Donnarumma

 

‘O raggio ‘e sole

E. De Filippo

‘O surdato ‘nammutato

Califano-Cannio

Massimo Ranieri

 

Tu cà nun chiagne

Bovio-De Curtis

Cunfessione

Anonimo

‘A serenata ‘e Pullecenella

Bovio-Cannio

Tiempe belle

Califano-Cannio

Gennaro Pasquariello

 

Reginella

Bovio-Lama

Gaetano Lama

 

‘A tazza ‘e cafè

Capaldo-Fassone

Santa Lucia luntana

E. A. Mario

Mandulinata a Napule

E. Murolo-Tagliaferri

Canzona appassiunata

E. A. Mario

Silenzio cantatore

Bovio-Lama

Chiove

Bovio-Nardella

‘O zampugnaro ‘nammurato

Armando Gill

Armando Gill

 

Lacreme napulitane

Bovio-Buongiovanni

‘O paese d’  ‘o sole

Bovio-D’Annibale

Piscatore ‘e Pusilleco

E. Murolo-Tagliaferri

E allora?

Armando Gill

‘A casciaforte

Valente-Mangione

Duje Paravise

E. A. Mario-Valente

E. A. Mario

 

‘O zappatore

Bovio-Albano

Mario Merola

 

Vuless’

Valeria Di Tommaso

Dicitencello vuje

Fusco-Falvo

‘A rumba d’ ‘e scugnizz’

Raffaele Viviani

Raffaele Viviani

 

Passione

Bovio-Tagliaferri-Valente

Gilda Mignonette

 

‘Na sera ‘e maggio

Pisano-Cioffi

Giuseppe e Luigi Cioffi

 

Ciccio Formaggio

Pisano-Cioffi

Nino Taranto

 

Tammurriata nera

E. A. Mario-Nicolardi

Simmo ‘e Napule paisà

Fiorelli-Valente

‘O Gnorr’

Carlo Muccio

Vierno

De Gregorio-Acampora

Munasterio ‘e Santa Chiara

Galdieri-Barberis

Scalinatella

Bonagura-Cioffi

Anema e core

Manlio-d’Esposito

Luna rossa

De Crescenzo-Vian

Vian

 

‘O Ciucciariello

R. Murolo-N. Oliviero

Roberto Murolo

 

Malafemmena

Totò

‘A vita

Totò

Core analfabeta

Totò

‘A cunzegna

Totò

L’ammore

Totò

Totò

 

Indice cronologico “Bella Napoli Project” Parte 4^

INDICE  CRONOLOGICO  Parte 4^

T I T O L O

                  A U T O R I

La pansè

Rendine-Pisano

‘A preghiera  ‘e  ‘n’impiegato

Lucio e Carletto

Luna caprese

Cesareo-Ricciardi

Peppino Di Capri

 

Scapricciatiello

Albano-Vento

Aurelio Fierro

 

Chella la’

Nisa-Carosone

Renzo Arbore

 

Io mammeta e tu

Pazzaglia-Modugno

Maruzzella

Bonagura-Carosone

Guaglione

Nisa-Fanciulli

Indifferentemente

Martucci-Mazzocco

Tu vuo’ fa’ l’americano

Nisa-Carosone

Lazzarella

Pazzaglia-Modugno

‘A sunnambula

Pisano-Alfieri

Gigi Pisano

 

Caravan Petrol

Nisa-Carosone

‘O Sarracino

Nisa-Carosone

Renato Carosone

 

Pigliate ‘na pastiglia

Nisa-Carosone

T’è piaciuta

Nisa-Carosone

Nisa

 

Torero

Nisa-Carosone

Tu sì ‘na cosa grande

Gigli-Modugno

Domenico Modugno

 

La Gatta Cenerentola

 

Gianbattista Basile

 

Roberto De Simone

 

Coro dei soldati

Tratto dalla Gatta Cenerentola

Canzone delle sei sorelle

Tratto dalla Gatta Cenerentola

Oj mamma cà mo’ vene

Tratto dalla Gatta Cenerentola

Villanella a ballo

Tratto dalla Gatta Cenerentola

Carmela

Palomba-Bruni

Sergio Bruni

 

Napule è

Pino Daniele

Pino Daniele

 

Don Raffaè

F. De Andrè

Cu’  me

E. Gragnaniello

Enzo Gragnaniello

 

‘A città ‘e Pullecenella

C. Mattone

Bocca di Rosa

P. Barra-F. De Andrè

Senza giacca e cravatta

D’Angelo-Tortora

Nino D’Angelo

 

Ricetta: Gli struffoli di mia nonna

Nonna Filomena

Proverbi: A – B

 

Proverbi: C – D

 

Proverbi: E – F

 

Proverbi: G – H

 

Proverbi: I – J

 

Proverbi: L – M

 

Proverbi: N – O

 

Proverbi: P – Q

 

Proverbi: R – S

 

Proverbi: T – U

 

Proverbi: V – Z

 

Ricordi quando ci dicevamo!

Carlo e Valeria Muccio

Numeri della Tombola da 1 a 10

 

Numeri della Tombola da 11 a 20

 

Numeri della Tombola da 21 a 30

 

Numeri della Tombola da 31 a 40

 

Numeri della Tombola da 41 a 50

 

Numeri della Tombola da 51 a 60

 

Numeri della Tombola da 61 a 70

 

Numeri della Tombola da 71 a 80

 

Numeri della Tombola da 81 a 90

 

 

 

 

  

 

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